Racconto

Vaju, il soffio che dona la vita

Sono roccia ma anche terra, albero ma anche fiore, animale ma anche ruscello. Sono viva. Ho bisogno del tuo rispetto e della tua azione. Forse non è troppo tardi.

testo di Paola Cosolo Marangon, disegni di Silvia De Bastiani

Aiguille Noire, 2019, acquerello su carta, 160x115cm
28/10/2019
6 min

Danni per quasi tre miliardi di euro in tutto il nordest. 12.000 ettari di boschi e foreste cancellati. Milioni di alberi abbattuti. Un anno fa, il più grande disastro naturale che, a memoria d’uomo, abbia mai colpito le montagne del nostro Paese. “Nella devastazione” ha ricordato il vescovo di Trento monsignor Lauro Tisi, “abbiamo scoperto la forza del ‘noi’, l’importanza della natura e, in primo luogo, il valore della vita”.
— la redazione di altitudini

· · ≈ · ·

Parlo a te, proprio a te!
Come dici? Non mi senti?
Mi dispiace ma non sono abituata a parlare troppo forte.

Mi affido al sibilo leggero del vento, ai raggi mattutini del sole quando, da est, fa capolino al di sopra delle mie creste oppure al rosso vivo e talvolta impertinente del tramonto che sovente imporpora sanguigno le mie cime.
Non mi senti ancora?
Diciamo pure che hai perso la facoltà di ascoltarmi. Non hai più il tempo per accorgerti di quello che sta accadendo attorno preso come sei da te stesso. Pensi di essere il centro del mondo e persino dell’universo, ne sei così sicuro che sei arrivato a sfruttare tutto quello che ti sta attorno, senza farti domande, senza chiedere mai il permesso. Anzi, negli ultimi anni – per me che sono antica sono gli ultimi centocinquanta, duecento – hai iniziato anche a darmi mille aggettivi. Mi hai chiamato ingrata, matrigna, persino assassina.
Non mi senti proprio?
Hai smarrito allora la possibilità di aprire il cuore, perché certe cose non si odono con le orecchie, si ascoltano con il cuore.

I tuoi bisnonni o trisavoli ascoltavano bene la mia voce, la riconoscevano e addirittura mi temevano ma non perché avessero paura di me, no, perché pensavano che io fossi viva. Nel senso proprio di vivente.
Erano grati per tutto ciò che offrivo loro: quello che occorreva per sfamarsi: mirtilli, lamponi, funghi, erbe selvatiche. Curavano tutte le ferite con le mie piante, sia quelle del corpo che quelle dello spirito.
Erano grati per il legname che prendevano dai miei alberi secolari, sapevano quali tagliare per non denudare il mio fianco e quali far crescere per avere poi assi sicure per i tetti delle case; cosa potevano bruciare per riscaldarsi d’inverno e cosa conservare affinché le radici si intrecciassero per trattenere lo strato di terra.
Cacciavano gli animali che da sempre hanno trovato riposo negli anfratti che ho creato per loro: gli orsi, i cervi, i caprioli, gli stambecchi, i camosci, le lepri, le marmotte. Ne facevano carne da mangiare e pelli per coprirsi.

Quando salivano arrivavano fin dove i mughi coprivano la roccia, più in su evitavano, avevano una sorta di religioso timore, come paura dell’ignoto, di quello che avrebbero potuto scoprire. Le altezze, pensavano un tempo, non sono fatte per l’uomo ma per la divinità.
Ascoltavano i segnali che arrivavano dal cielo, le nuvole che prima di riversare acqua alla pianura inanellavano le mie cime, dalla loro disposizione i tuoi avi sapevano se dovevano raccogliere il fieno oppure no.
La pioggia, che dire della pioggia? Ogni scroscio si è portato a valle un po’ della mia “pelle”, sassi piccoli e grandi che scendendo lungo i rivi e i ruscelli hanno consentito di avere la ghiaia da macinare per fare case.
I tuoi avi hanno squadrato le pietre più grosse e sono diventate dimora per uomini e animali, ovili e chiese, scuole e stalle, stavoli e dimore. Loro lo sapevano, erano consapevoli di abitare dentro rifugi ricavati da me.

Bosco, 2018, acquerello su carta, 56x76cm, dettaglio

Un giorno, non moltissimo tempo fa, a qualcuno è partito il guizzo di conquistarmi. La paura delle altezze si è trasformata in smania di sapere, hanno iniziato a oltrepassare la soglia dei mughi e non più per cercare una capra smarrita bensì per vedere cosa ci fosse “quassù”.
All’inizio non mi dispiaceva, era ora che capissero che non c’era nulla di tremendo, di nascosto, di terribile. Io ero io, quassù come più in basso, eterna da quel giorno in cui il mare ha deciso di ritirarsi.
Assaporavo il solletico procurato dai rudi scarponi di cuoio, la titubanza di chi cercava un appiglio per non cadere e mi parlava, mi chiedeva di aiutarlo a salire. Quando dormivano come gli animali nei miei anfratti, piccole caverne che si aprivano naturalmente per dare riparo, era bello vedere il loro stupore nello scoprire che quassù c’è tanta vita. Minuscola, silenziosa, impossibile da percepire da laggiù.
Poi arrivavano in cima ed era tutto un’esclamazione, vedevano per la prima volta il mondo dall’alto della mia cima, guardavano i loro paesini, le loro case minuscoli granelli in fondo alla valle. Si fermavano anche ad ammirare i rari fiori che avevano il coraggio di spingersi così in alto, raccoglievano la stella alpina lanuginosa, briciola di cielo regalata alla roccia; oppure il raponzolo impertinente, erano convinti che fosse stregato perché all’apparenza non aveva bisogno di terra per crescere.

Non è durata molto la stagione dei veri innamorati dei fiori, delle piante, delle rocce. Ha preso il sopravvento il desiderio di sfida e allora hanno iniziato a vedermi come antagonista, addirittura nemica. Qualcuno non riusciva ad ancorarsi bene, a trovare un appiglio convincente e volava giù con urla lancinanti o in tetro silenzio, era come un uccello a cui fossero recise le ali. In quei casi davano la colpa a me, montagna assassina.
Sono sempre rimasta ferma al mio posto, non mi sono mossa e non ho chiesto a nessuno di arrivare fino in cima. Non ho detto nulla nemmeno quando mi sono sentita piantare chiodi per aprire nuove vie, taluni con il trapano a ferire e scavare, strappare euforbie e soldanelle, fili d’erba ed armerie. Brandelli della mia sostanza sono stati scalfiti in maniera innaturale e non per prendere pietre da utilizzare come testata d’angolo bensì per creare appigli per salire.
Ci sono zone dove oggi sono più le corde messe a disposizione degli scalatori che non sassi e piante.

I tuoi avi hanno sempre dato un nome alle mie vette, era come riconoscere che con la nostra altezza potevamo proteggere chi stava laggiù. Cerro Torre o Manaslu, K2 o Kilimangiaro, Fuij o Cimacuta, Cristallo o Gran Zebù, Cervino o Monviso. Tutti sostantivi per distinguere una forma, per identificare un profilo. Quando riconosci sei tranquillo, trovi casa, sei al sicuro.
Per te adesso posso essere Cridola, Clap Savon, Clap Varmost, Crodon di Tiarfin, Bivera, Fantulina, Pramaggiore.
Sono qui a chiederti di guardare in alto, di vedere nuovamente il sole che ad un certo punto del giorno infila i suoi raggi a solleticare il Porton, la Maddalena che sempre più curva si adagia fino a stendere il suo mantello sulle ghiaie della Forcella Scodovacca.
Guarda nuovamente con gli occhi di un tempo, ricordati da dove vieni, cura il bosco e non lasciarlo avanzare troppo a valle. Non sento più il belare delle greggi né il muggito delle vacche, non vedo il velluto dei prati ricoperto di succose piante ed erba per nutrire gli armenti. Al suo posto piste da sci e asfalto per procurare divertimento ai tuoi simili. Si potrebbe fare di meglio.

Nido, 2015, acquerello su carta, 30x30cm

Alza gli occhi e guarda cosa è successo: il disastro che mi ha scosso così violentemente, i miei alberi strappati prima del tempo e lasciati cadere come stuzzicadenti lanciati dalla mano di un bambino divertito. Guarda la ferita dei miei fianchi, scendi a Forni di Sotto o verso Montemaggiore, pensa a quanti anni dovranno trascorrere per ritrovare quelle essenze, per ristabilire gli equilibri.
Certo, tu non c’entri con quel vento di tempesta. Lo hanno battezzato Vaia.
In oriente Vaju è il soffio che dona la vita, è quell’alitare creativo che genera e consente all’universo di respirare. Vaia non è venuto a respirare né a impollinare o a trasportare in una vorticosa danza le samare del frassino per proliferare. E’ stato un vento impetuoso, che ha stravolto, ha violentato il mio mantello ferendo, strappando, dilaniando.

Ascolta questi segnali, impara qualcosa.
Io respiro, io vivo assieme a tutto quello che mi compone.
Sono roccia ma anche terra, albero ma anche fiore, animale ma anche ruscello.
Sono viva.
Se non riprendi ad ascoltare, se non reimpari a guardare, non posso fare altro che arrendermi alle piogge torrenziali che lavano via anche le sassifraghe odorose; al caldo africano che prosciuga la roccia e la rende arida, incapace di ospitare il gracco con il suo canto; al vento di tempesta che scuote il mugo e strappa violentemente l’abete e il larice.
Ho bisogno del tuo rispetto e della tua azione.
Forse non è troppo tardi.

Radici, 2015, acquerello su carta, 38x20cm

I disegni ad acquerello sono di Silvia De Bastiani, pittrice, classe 1981, nata a Feltre e da sempre vissuta tra le montagne (oggi vive e lavora a Imer, Primiero, Trento). I suoi acquerelli parlano da soli e affascinano. Un Diploma in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, una Laurea Specialistica in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo presso la stessa Accademia ; un’esperienza professionale alla cattedra di Anatomia Artistica a Venezia, oggi insegna Acquerello all’Accademia di Belle Arti G.B. Cignaroli di Verona. Negli anni le sono stati assegnati numerosi premi sia a livello nazionale che internazionale e ha all’attivo numerose mostre e pubblicazioni.

Paola Cosolo Marangon

Paola Cosolo Marangon

Paola Cosolo Marangon vive a Capriva del Friuli (GO), è formatrice e consulente educativa, fa parte dello staff del CPP di Piacenza. Giornalista, scrittrice, insegnante yoga, è vicedirettore di Conflitti. Rivista italiana di ricerca e formazione psicopedagogica. È da sempre socia CAI nella sezione di Forni di Sopra (UD). Ha pubblicato: La casa lungo la ferrovia, Edizioni Europa, Roma, 2018; Fai della natura la tua maestra. Edizioni Erickson, Trento, 2017; La donna che rincorreva le nuvole, Biblioteca dell’immagine, Pordenone, 2013; Nahila ha le ali, Albatros Editore, Roma, 2011.


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