Racconto

#42
IL MONTE ANALOGO È DENTRO DI NOI

A ripensarci mi viene da sorridere perchè io, oramai più di quarant’anni fa, ci avevo provato a fare i conti con il Monte Analogo.

testo e foto di Gabriele Villa  / Ferrara

18/01/2022
8 min
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Il Monte Analogo è dentro di noi

di Gabriele Villa

Il Monte Analogo, oltre quarant’anni fa.

A ripensarci mi viene da sorridere perchè io, oramai più di quarant’anni fa, ci avevo provato a fare i conti con il Monte Analogo. Ero giovane e in pieno fervore dolomitico, alla ricerca di arrampicate impegnative ma non estreme, diciamo che stavo studiando da “bravo alpinista”.

Sperimentavo la ricerca del limite personale, ben attento a non superarlo e tenendo a bada la spinta competitiva nei confronti delle altre cordate che operavano nella sezione del Club Alpino di Ferrara. Ricordo che in quei primi anni ’80, il “vangelo” degli arrampicatori, era un libretto con la copertina color blu, cartonata, che chiamavamo “il Dinoia”, dal nome del suo autore. Era chiaro nel descrivere le difficoltà di arrampicata, con schizzi ben realizzati, precisi. Sembrava l’antitesi di un libro che avevo acquistato confidando nella prima parola del titolo, “Monte Analogo”.

Quando iniziai a leggerlo, mi venne ben presto il dubbio di avere sprecato un po’ delle mie lire, era la storia fantasiosa di uno scrittore francese che probabilmente, avevo pensato allora, si era spacciato per alpinista. Non aveva fotografie, niente schizzi con difficoltà tecniche, solo qualche disegno con tratto elementare per ipotizzare la collocazione geografica di un monte che i protagonisti della storia andavano cercando con una spedizione. Avevo concluso che era stata una “fregatura” e ne abbandonai la lettura per ritornare al mio “Dinoia”.
Di quel periodo, ricordo il senso di insoddisfazione che provavo a fine stagione quando, di fronte all’elenco delle scalate effettuate, sentivo il rammarico per le vie “mancanti” prevalere sulla soddisfazione per quelle portate a termine. Però né quel senso di frustrazione e nemmeno la morte in montagna di uno del gruppo riuscì a fermare quella ruota del criceto nella quale mi ero rinchiuso. Oggi posso dire che non capii la lezione e dopo un rallentamento, l’attività di scalata riprese come prima.

Il Monte Analogo, quarant’anni dopo.

Doveva arrivare Altitudini a lanciare una sfida di scrittura per il blogger contest con poche e nette parole, “Prossima salita: il Monte Analogo”. Non ci potevo credere, dopo quarant’anni avrei dovuto tornare a confrontarmi con questo libro? Nemmeno la mia copia sono riuscito a trovare, persa in chissà quale scatolone in garage, sicché ho dovuto farmelo prestare per leggerlo. Non poteva che nascerne una lettura “disordinata”, sforzandomi di vincere quel senso di diffidenza che mi era rimasto, saltando pagine qua e là, leggendo capitoli non consecutivi, imbattendomi di tanto in tanto in pagine avvincenti sulle quali appiccicavo un post-it, rileggendo brani che mi avevano suggestionato.

Eh sì, man mano che sempre più segnalibri spuntavano dalle pagine, ho avvertito con stupore essere proprio suggestione la mia, così sono entrato pian piano in “sintonia” con l’autore, intuendo che la storia raccontata nel suo libro avrebbe potuto essere un passepartout per aprire porte di conoscenza e indagare nella mia storia personale. Non avrei dovuto inventare una storia “unica e inclassificabile”, come suggeriva altitudini, piuttosto avrei potuto indagare nella mia storia facendo tesoro degli spunti avuti dal libro. Sentivo che avrebbe potuto essere un’occasione irripetibile e, a quel punto, è stato come se avessi eletto Renè Daumal mio capocordata sul sentiero del Monte Analogo. Mi sono affidato a lui per decifrare la frase: «montagna dalla cima inaccessibile, ma con la sua base accessibile agli esseri umani quali la natura li ha fatti» e cercare la porta di accesso all’isola su cui sorge il Monte Analogo, perché: «in un certo momento e in un certo posto, certe persone (quelle che sanno e quelle che vogliono) possono entrare, …in un momento privilegiato…».

“Nemmeno la morte in montagna di uno del gruppo riuscì a fermare quella ruota del criceto nella quale mi ero rinchiuso.“

«Prima di partire per un nuovo rifugio, siamo dovuti ridiscendere per insegnare le nostre prime conoscenze ad altri cercatori». Si può insegnare durante una pausa, senza parlare, con l’esempio del proprio fare. Anche per questo abbiamo sempre chiamato Gino Soldà “maestro”.

Allora sono tornato con la mente al punto di partenza, a quell’elenco di scalate che, a fine stagione, trasmetteva più frustrazione per gli obiettivi mancati, piuttosto che la gioia per le salite realizzate. Perché quella lezione non l’avevo capita ed ero ripartito senza accorgermi di cosa fosse cambiato negli anni successivi nel mio rapporto con la scalata e la montagna? Ci avevo mai pensato con attenzione? Evidentemente no ed ecco che, adesso, il mio capocordata Renè Daumal mi guidava proprio là dove anni prima non ero riuscito a trovare il “passaggio chiave” per procedere oltre con la piena consapevolezza delle mie scelte e delle mie azioni.

«Per finire voglio soffermarmi particolarmente su una delle leggi del Monte Analogo: per raggiungere la cima si deve andare di rifugio in rifugio: ma prima di lasciare un rifugio si ha il dovere di preparare gli esseri che devono venire a occupare il posto che si lascia. E solo dopo averli preparati si può salire più in alto. Per questo, prima di partire per un nuovo rifugio, siamo dovuti ridiscendere per insegnare le nostre prime conoscenze ad altri cercatori».

Impossibile a quel punto non collegare questo pensiero con l’esperienza di istruttore di alpinismo che per quarant’anni mi ha sia accompagnato che condizionato.
La chiave è tutta in quel «ridiscendere per insegnare le nostre prime conoscenze ad altri cercatori», proprio ciò che sento di avere fatto nella mia attività di istruttore, scelta della quale non ho avuto merito, avendo solo accettato la proposta della sezione Cai di andare al corso di formazione per istruttore. Solo con il passare del tempo, mi sono reso conto che quella era una specie di “vocazione”, al punto tale da sacrificare parte della mia attività personale per vari mesi all’anno al fine di dedicarmi agli allievi dei corsi di alpinismo e di roccia. Ho riflettuto anche su un’altra esperienza durata varie estati quando collaboravo ad accompagnare una quindicina di ragazzini dai dodici ai diciassette anni in trekking della durata di una settimana da rifugio a rifugio, traversando i gruppi dolomitici delle Marmarole, del Catinaccio, delle Odle, del Civetta.

Noi organizzatori studiavamo i percorsi, prenotavamo i rifugi, poi si andava ed eravamo talmente assorbiti dai ragazzi e dal loro poter vivere tramite noi un’esperienza unica e totalizzante che pareva a volte quasi di invidiarli. Non credo che René Daumal potesse avere immaginato ai suoi tempi qualcosa del genere, ma mi sono chiesto se la mia esperienza potesse avere il senso espresso nel suo pensiero. Era stato possibile che il «momento privilegiato» per entrare nell’isola su cui sorge il Monte Analogo io l’avessi avuto godendone per anni senza averne contezza?

Non ho mai rimpianto le cime in più che avrei potuto scalare e sono conscio che le soddisfazioni provate nei corsi di alpinismo, di roccia e nei trekking giovanili, hanno superato per appagamento quello di tante scalate: le prime sono diventate preziosi ricordi, molte delle seconde sono rimaste nomi e numeri in un elenco. Che sia proprio quel «ridiscendere per insegnare» l’esperienza umana, psicologica, relazionale che, trascendendo l’aspetto fisico, ci “eleva” avvicinandoci alla cima inaccessibile del Monte Analogo? Vorrei fosse possibile chiederlo al mio capocordata, ma lui non può dirmi nulla, mi esorta invece ad addentrarmi in altri ricordi di esperienze vissute negli ultimi anni quando, svestita la casacca di istruttore, ho praticato con interesse l’escursionismo fino a dedicarmi ai seniores della mia sezione, un gruppo che si era sciolto e in sei anni e una trentina di escursioni si è rilanciato, creando amicizie, stimolando esperienze, riportando entusiasmi, in me per primo.

Ci siamo chiamati “giovani da tanto tempo” ed io mi sono sentito “rigenerato”, nonostante abbia nel frattempo valicato il colle dei settant’anni. Posso considerare questa esperienza vissuta al pari di una cima, fisicamente inaccessibile, ma a essa paragonabile, in altre parole “analoga”? Potevo immaginare che sarebbe stato René Daumal a darmi la consapevolezza di questa dimensione? Gli dovrei delle scuse per quarant’anni fa, oltre ad essergli riconoscente oggi per avermi aiutato a “sapere”.

“Ci siamo chiamati “giovani da tanto tempo” ed io mi sono sentito “rigenerato”, nonostante abbia nel frattempo valicato il colle dei settant’anni.“

Fu durante le giornate dei corsi che cominciammo a chiamarci reciprocamente per nome, «…cominciavamo a spogliarci dei nostri  vecchi personaggi…» non c’erano più l’ingegnere, l’avvocato, l’imbianchino, l’artigiano, l’impiegata, lo studente, l’operaio metalmeccanico.

Occorre spogliarci delle ambizioni, delle cariche, dei doveri, dei ruoli che impediscono di essere ciò che siamo davvero? Allora pronuncerò parole semplici, con la  pacatezza di chi è consapevole: «qui, depongo il mio berretto gallonato che era una corona di spine per la memoria che ho di me».

Il Monte Analogo, da qui in avanti, devo proseguire da solo.

Mi accorgo però che il mio capocordata ha deposto lo zaino, si è seduto a terra tenendo la testa tra le mani e sussurra qualcosa, forse a sé stesso: «Ancora una volta, avrei voluto odorare il fiato di un crepaccio, palpare una lastra, scivolare tra blocchi rovinosi, assicurare una cordata, soppesare il va e vieni d’un colpo di vento, ascoltare l’acciaio tintinnare sul ghiaccio e i piccoli frammenti cristallini precipitare verso la trappola della crepaccia sfarzosa…». Capisco René, eri ancora giovane quando hai saputo che il tuo biglietto di viaggio sarebbe scaduto prima del tempo, comprendo il tuo avvilimento interiore nel sentire d’un tratto che la malattia ti avrebbe fatto sfuggire la vita dalle mani. Oggi sono in grado di comprendere ciò che non potevo capire quarant’anni fa, ora che l’età mi ha fatto sentire le forze affievolirsi, ora che avverto l’aumentare dei ricordi con il parallelo diradarsi dei progetti, ora che potrei pronunciare pure io parole simili alle tue, perché sento la presunzione di essere riuscito a interpretarle.

«Non si può restare sempre sulle vette, bisogna ridiscendere… A che pro, allora? Ecco: l’alto conosce il basso, il basso non conosce l’alto. Salendo, devi prendere sempre nota delle difficoltà del tuo cammino: finchè sali, puoi vederle. Nella discesa, non le vedrai più, ma saprai che ci sono, se le avrai osservate bene. Si sale, si vede. Si ridiscende, non si vede più, ma si è visto. Esiste un’arte di dirigersi nelle regioni basse per mezzo del ricordo di quello che si è visto quando si era più in alto. Quando non è più possibile vedere, almeno è possibile sapere».

Dunque, René volevi sottendere che bisogna diventare “ciechi” per cominciare a vedere davvero? Forse è necessario perdere la forza e la capacità di arrivare sulle cime rocciose per potersi avvicinare alla vetta del Monte Analogo, «la montagna che unisce la terra al cielo»?
Bisogna spogliarsi dei nostri vecchi personaggi per: «diventare ciò che si è senza imitare nessuno»? Proprio come dicono i protagonisti del tuo libro che, a un certo punto, si apprestano «a rigettare l’artista, l’inventore, il medico, l’erudito, il letterato» e io potrei aggiungere, pensando alla mia storia, abbandonare, “l’istruttore, il titolato, il referente”.

È forse questo l’ultimo passaggio necessario per proseguire verso la cima del Monte Analogo? Occorre spogliarsi delle ambizioni, delle cariche, dei doveri e dei ruoli che impediscono di essere ciò che siamo davvero? Allora mi vedo, novello Pierre Sogol, frugare nella sabbia con la punta di un bastone trovando un peradam, il prezioso brillante convesso, mentre pronuncio parole semplici, con la serenità e la pacatezza di chi è consapevole: «qui, depongo il mio berretto gallonato che era una corona di spine per la memoria che ho di me».
Senza rinnegare ciò che è stato, perché la vita va vissuta nelle sue diverse fasi, gestita là dove possibile, a volte subita sperando ogni volta di non soccombere, andando avanti, anche tra gli errori, fino a «riuscire a sapere, quando non è più possibile vedere». Se questo è il messaggio di Renè Daumal, allora la cima del Monte Analogo dobbiamo saperla cercare dentro di noi.

Io non posso affermare di averla trovata ma, dopo la mia ricerca al fianco di Renè, mi sento di sussurrare sommessamente di avere almeno capito “come e cosa” essa possa essere.

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Gabriele Villa

Gabriele Villa

Frequento la montagna fin da ragazzo come escursionista, ciaspolatore, arrampicatore. Come Istruttore di alpinismo ho operato nel CAI per una quarantina d’anni. Amo scrivere per raccontare cose di montagna e assieme ad amici gestisco il sito intraigiarùn che vuol essere un invito e uno stimolo alla scrittura.


Il mio blog | Nel 2012 partecipai al primo Blogger Contest e in seguito ho continuato a scrivere per altitudini trovandolo uno stimolante luogo di scrittura oltre che di confronto e condivisione culturale con persone che condividono la passione per la montagna e con alcune delle quali ho potuto stringere preziosi legami di amicizia.
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4 commenti:

  1. Rita Vassalli ha detto:

    Molto bello il racconto di Gabriele. Con leggerezza e garbo mi ha coinvolto nel suo viaggio, anzi, nella sua scalata, alla ricerca della vetta del Monte Analogo. Romanzo metaforico che, anche senza il finale, ritengo fondamentale per chi vuole vivere la montagna non solo come elenco di ascensioni. Un po’ d’invidia per Gabriele che ha saputo così profondamente guardarsi indietro e capire, anche se lo dice sommessamente, “come e cosa” possa essere la cima di quel Monte Analogo che è dentro ad ognuno di noi.

    1. Gabriele Villa Gabriele Villa ha detto:

      Grazie Rita per le belle parole del tuo commento e sono felice se, come scrivi, sono riuscito a coinvolgerti nel mio viaggio.

  2. Marina Marina ha detto:

    Bello camminare con te verso il tuo Monte Analogo.
    Grazie!

    1. Gabriele Villa Gabriele Villa ha detto:

      Grazie a te Marina, sono contento se abbiamo camminato insieme verso il Monte Analogo perchè è proprio nella condivisione delle esperienze il segreto della sua misteriosa cima.

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