Posso arrendermi

testo e foto di Dario Pedrotti

La Val Adamé vista dal bivacco Baroni
29/11/2017
4 min

Mi mordo il polpastrello dell’indice della mano sinistra, ma non sento niente. È così da un mese, ha preso troppo freddo.

Volevo fare un ultimo “lunghissimo” in montagna, prima che venisse la neve, quella vera. Ne era già caduta un po’, ma non pensavo fosse un problema. Val di Fumo, passo Ignaga, Val Adamé, bocchetta delle Levade e di nuovo Val di Fumo. Avevo dormito in un alberghetto all’imbocco della valle ed ero partito, correndo, parecchio prima che sorgesse il sole. Aria fredda, niente luna, ma tantissime stelle a tenermi compagnia. Arrivato al secondo lago il sole non era ancora sorto, ma c’era già molta luce ed il Caré Alto alle mie spalle era splendido. Più io salivo fra i prati gialli, più lui si tingeva di rosa, nel silenzio assoluto di un maestoso splendore.

Raggiunto il passo, dall’altra si era aperto un mare di nuvole delimitato dalle cime più alte, ed io ero sceso veloce verso la valle che volevo risalire, ancora pieno di energia, nonostante fossi già partito da 6 ore.

Dopo un’altra ora lungo le acque del Torrente Poia, trasparenti come solo quelle che scendono da un ghiacciaio sanno essere, avevo iniziato la salita verso la bocchetta. Il cielo era diventato grigio e avanzavo in uno strato via via più alto di neve, che nascondeva una distesa di pietre, di cui riuscivo solo ad intuire dimensioni e posizioni. Ogni passo era una incognita e procedevo lentissimo, sprofondando spesso fino a ben sopra il ginocchio, lungo un tracciato sempre più ripido e difficile da seguire. Non sapevo se in quelle condizioni, una volta superata la bocchetta, sarei riuscito a scendere dall’altro versante, ma pensavo solo ad andare avanti.

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Non ero andato avanti per sfidare la paura, ma perché della paura ero schiavo: avevo obbedito ciecamente a quella parte di me che aveva più paura di arrendersi.
Il lago di Malga Bissina. La Val Adamé vista dal passo Ignaga.
Il lago di Malga Bissina. La Val Adamé vista dal passo Ignaga.

Poi mi ero trovato davanti ad un canalino di 5-6 metri, con molta neve e nessun segno visibile del sentiero. Avevo provato a salire su un lato, non ci ero riuscito, ma mi sembrava di aver capito come fare. Guardando la roccia più in alto avevo però capito che anche fossi arrivato fin lì, con tutta quella neve non sarei poi più stato capace né di continuare a salire, né di ridiscendere. E tutto ad un tratto, nel momento in cui mi ero reso conto di dover per forza tornare indietro, avevo sentito addosso tutta la paura e il freddo che fino ad allora non mi ero accorto di avere.

Mentre ritornavo affannosamente sui miei passi, iniziavo anche a capire cosa era successo dentro di me, facendomi proseguire fino a ben oltre il limite dell’incoscienza. Non avevo sentito nessun gusto per la sfida, nessuna smania di superare il limite, nessuna esaltante sferzata di adrenalina. Non ero andato avanti per sfidare la paura, ma perché della paura ero schiavo: avevo obbedito ciecamente a quella parte di me che aveva più paura di arrendersi, che di rischiare di morire. E a salvarmi non era stata la saggezza della testa, ma solo l’incapacità di gambe e mani.

Mi ci era voluta un’ora di paura per uscire dalla neve, due ore di corsa per tornare al rifugio, due a passo lentissimo per arrivare al parcheggio assieme al dentista a cui avevo chiesto un passaggio, due di auto fino in stazione a Brescia, e altre due di treno fino alla mia città, ma ero riuscito a tornare a casa sano e salvo, e, forse, diverso.

Mi mordo il polpastrello dell’indice della mano sinistra, ma non sento niente. È così da un mese, ha preso troppo freddo. Spero rimanga così per sempre, per ricordarmi che posso arrendermi e non valgo di meno per questo.

Dario Pedrotti

Anche se ci vivo in mezzo, non mi piaceva la montagna, fino a quando non ho provato ad andarci di corsa. Su quanto mi piace adesso, ci ho scritto anche un libro, "Confessioni di un Runner d'Alta Quota", perché scrivere mi piace quasi quanto correre lassù.


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