Reportage

#52 IL GUARDIANO DEL BARATTOLO DI VETRO

testo e foto di Andrea Pasqualotto  / St. Gallen (Svizzera)

24/12/2020
9 min
Il Bando del BC20

Il guardiano del barattolo di vetro

di Andrea Pasqualotto

Arrivammo in fondo alla strada in un caldo pomeriggio d’estate australe.

Proprio qui avrebbe dovuto esserci la fattoria, anche se noi vedevamo solo un torrente che tagliava la strada, impedendoci di proseguire, e nessun ponte da attraversare. Nella quiete assoluta si sentiva solo il rumore dell’acqua che compariva da un’ansa poco più a monte, scivolava sopra le grosse pietre di granito sotto di noi, e svaniva in una fitta macchia di arbusti di Nothofagus.

La foschia provocata dagli incendi che avvolgeva la valle del Rio Baker non si spingeva così ad est, e questo ci permise di scorgere in alto, a chiudere la valle contro il cielo terso, le pendici di quella che doveva essere, finalmente, la nostra montagna.
Guadammo il fiume e continuammo a piedi, seguendo la strada fino ad una massiccia staccionata che delimitava un’ampia radura destinata al pascolo. Oltre la staccionata ed il cancello chiuso con un grosso chiavistello scorgemmo tre edifici di legno. Dal più grande, la stalla, provenivano dei belati sommessi. Dal camino del più piccolo sbucava invece un filo di fumo, sufficiente per tradire una presenza umana che ci rassicurò. Oltre le vivaci volute di fumo, oltre il bosco, sullo sfondo, candide lingue di ghiaccio scendevano da creste frastagliate di rocce grigie e rossastre.

Era un luogo arcano e meraviglioso, una pausa di bonaccia dopo tanti chilometri di polvere in bocca e di sassi contro il fondo del fuoristrada.
L’abbaiare di un cane, che ci puntò non appena varcammo il cancello, attrasse l’attenzione di un uomo che si presentò sulla soglia di casa. Addosso dei pantaloni di tela, un giubbotto di pelle nera sotto il quale compariva una camicia di flanella, ai piedi un paio di scarponi di pelle consunti, in testa il basco di maglia di ogni cileno che si rispetti.
– Buonasera.

– Buonasera.

Del signor Luis, don Luis, mi rimasero subito impressi le mani e lo sguardo, le uniche due parti del corpo vigili nell’insieme di un corpo muscoloso ma fermo, e di un volto cordiale ma avaro di espressioni. Forse suggestionato dalle tante storie lette e dall’ambiente circostante, don Luis mi ricordava un leone di montagna, il predatore della Cordigliera, un corpo abituato a non sprecare movimenti preziosi ma pronto a scattare qualora si fosse presentata l’opportunità. A chi serve il linguaggio del tuo corpo se trascorri buona parte del tuo tempo da solo?

Stranamente furono proprio il movimento del braccio teso ad indicarci il prato in cui potevamo montare la nostra tenda, dentro il recinto che circondava le abitazioni, ed il pozzo scuro dei suoi occhi immobili che ci fissava, a convincerci che eravamo ospiti graditi. C’era un altro motivo per cui eravamo meritevoli di un’accoglienza così calorosa, anche se lo avremmo scoperto solo la sera del giorno seguente, dopo la nostra impresa, perché per quel primo giorno i convenevoli erano già finiti.
Passammo il resto del pomeriggio bighellonando nei dintorni, contemplando il paesaggio remoto di cui avevamo letto nei resoconti dei primi esploratori che avevano descritto quelle stesse valli quasi un secolo prima.

Senza più incontrare Luis né alcun altro abitante dell’estancia, come chiamano le fattorie da queste parti, ad eccezione di un gruppo di cavalli che comparve all’improvviso nella radura, giunse la sera e quindi il tempo del riposo, agitato dalle incognite e dalle attese per il giorno seguente. Il turbamento non dipendeva tanto dalla difficoltà della nostra impresa. Non avevamo nessun vero obiettivo se non l’esplorazione della valle, sperando di rubare ancora un po’ di bel tempo tanto raro in quelle terre australi, e che già ci aveva accompagnato nei giorni precedenti al Cerro Castillo. Piuttosto eravamo preoccupati dalla leggera piega verso il basso che avevano assunto le labbra di Luis mentre ascoltava le ragioni che ci avevano spinto dall’altra parte dell’oceano, in fondo al continente, in fondo alla carretera ed oltre il fiume, fino a quella favolosa radura sotto i ghiacciai. La piega si era accentuata non appena avevamo accennato alle nostre intenzioni per il giorno seguente. Si potevano forse interpretare come i segni dello scettiscismo quei pochi millimetri di flessione di un labbro altrimenti immobile?

Ad ogni modo, il giorno seguente fu memorabile.
Non una nuvola in cielo, né un filo di vento a guastare la nostra escursione. Camminammo dall’alba al tramonto senza incontrare anima viva, lasciandoci sorprendere dal paesaggio che finalmente si svelava ai nostri occhi dopo tanti mesi di pura immaginazione.

Risalimmo tutta la valle del Rio Tranquillo, salimmo sul ghiacciaio e, attraverso il Passo del Comedor, scendemmo infine sotto le torri del Feruglio, lungo la valle del rio San Lorenzo. Seguimmo un vero sentiero solo per un terzo del percorso, mentre per il resto della giornata sfruttammo semplicemente il senso dell’orientamento e l’esperienza per districarci prima tra i fitti arbusti di Nothofagus, quindi fra le scure e franose pietraie sotto le pareti, ed infine fra i seracchi della maestosa lingua di ghiaccio che scendeva dalla vetta del San Lorenzo, la seconda cima della Patagonia, salita per la prima volta dall’esploratore e missionario italiano Alberto Maria De Agostini nel 1943.

A noi però non interessava la vetta, eravamo stati trascinati fin laggiù dai resoconti delle prime spedizioni, che narravano di valli remote ed isolate, interi massicci senza nome e ghiacciai di cui non si conosceva l’esistenza. Nessuna mappa, pochi dettagli sulle escursioni e scarse informazioni persino sulla strada da seguire semplicemente per avvicinarsi. Un sogno alimentato per anni ed ora finalmente di fronte ai nostri occhi in tutta la sua potenza.
Nel tardo pomeriggio, quando la luce del sole si fece calda e radente, la parete settentrionale incrostata di ghiaccio che precipita per duemila metri verso la laguna glaciale si impresse indelebile nella nostra mente, una delle immagini più straordinarie dell’intero viaggio.
Giungemmo infine all’estancia, stremati.

Notammo però ben presto un filo di fumo che saliva da un angolo della radura dietro le case. In uno spiazzo di terra ricoperto di brace troneggiava il corpo di un agnello, crocifisso secondo l’usanza locale e pronto per essere arrostito.
Luis sorvegliava immobile quella specie di altare, come un sacerdote che si appresta a celebrare un sacrificio. Stava preparando la cena per un gruppo di alpinisti americani di ritorno dal ghiacciaio, anche loro accampati nella radura.
Fu questione di un istante, ma sono sicuro che intravidi un movimento nella piega delle sue labbra, questa volta verso l’alto, non appena raccontammo della nostra escursione. Quei pochi millimetri erano stati accompagnati da un leggero sorriso e, cosa ancora più sorprendente per noi in quel momento, da un invito a cena, a casa sua, per quella sera, con la metà dell’agnello che non avrebbero mangiato gli americani. Non avendo impegni nel raggio di un centinaio di chilometri, né prospettiva migliore della nostra minestra liofilizza, accettammo di buon grado l’invito.

Il calore ed il profumo di legna che arde ci accolse non appena varcammo la soglia dell’ampia sala che faceva da cucina e sala da pranzo, con un grande tavolo, un paio di poltrone ed un divano sfondato che completavano l’arredamento, insieme alla grossa stufa al centro, su cui troneggiava una pentola colma d’acqua. Addossato ad una parete uno scaffale su cui era appoggiata una radio e qualche teschio di animale, un puma, un cervo huemul e qualche pecora. Sul tavolo una teglia colma di grossi pezzi di carne fumante, del pane, del vino rosso. Il padrone di casa a presiedere la distribuzione, noi di conseguenza in religioso silenzio. I primi minuti furono occupati dal rumore delle mandibole, poi, una volta placata la fame, passammo a conversare, pur senza smettere di rendere merito all’agnello dell’estancia. Man mano che il vino scendeva in corpo, la timidezza si levò di torno e, sollecitato dalle nostre domande, Luis prese a raccontarci qualche storia di quella montagna.

– Un giorno arrivò un tale e mi disse che in fondo alla valle erano accampati dei turisti stranieri con delle guide argentine. Io gli dissi che non era un problema mio, ma lui rispose che erano sui miei terreni, e che ero io il responsabile. Allora presi il cavallo e li raggiunsi. Dissi ai turisti che non avevano colpa e che potevano restare, ma dissi alle guide argentine che quello era prima di tutto territorio cileno, poi mia proprietà, e che dovevano andarsene. Non li vidi mai più.

Luis era nato a Cochrane, la cittadina a tre ore di fuoristrada, ma rilevò l’estancia negli anni ’70, e da allora la sua vita si spostò ai piedi del San Lorenzo. In quegli anni la dittatura seminava morte e terrore in tutto il paese, ma in quelle terre estreme fu un periodo di grande sviluppo, tra cui la costruzione della carretera che unì i fiordi del sud al resto del paese. Luis ricordava con profonda nostalgia quel periodo di grande fermento.

– Arrivano tanti alpinisti quì?
– Tanti italiani sono passati di quì – riprese Luis – per salire sul San Lorenzo. Ho tanti amici italiani.
– Ci sei mai salito Luis?
– No, mai, mi hanno invitato ma non ho tempo. Ho gli animali, le pecore, le vacche, i cavalli.
– Quanto terreno hai?
– Non lo so – ridendo – da qui fino al San Lorenzo e al confine con l’Argentina.

Continuammo per un po’ a parlare dell’estancia, della montagna, dei suoi ghiacciai, degli italiani.

– Vi mostro una cosa – disse improvvisamente, e scomparve per qualche minuto.

Luis tornò con un barattolo tra le mani, un semplice barattolo di vetro, di quelli che di solito contengono sottaceti o confettura, ma che sembrava pieno di piccoli foglietti di carta a quadretti, pagine strappate da un quaderno.
Le sue mani svitarono il tappo e rovesciarono il contenuto sul tavolo, poi spiegarono con cura ogni singolo foglietto sul tavolo, rivelando il contenuto.

– Questo barattolo era al rifugio sotto il San Lorenzo. Ci sono i nomi di quelli che sono passati negli anni. Un giorno lo rubarono, pensavo di averlo perso. Dopo un po’ di tempo un tizio mi chiamò, mi disse che aveva recuperato una cosa che era mia, ma non mi rivelò dove l’aveva trovato. Mi disse solo che qualcuno l’aveva preso pensando di farci dei soldi con un libro.

Pescando a caso tra quei foglietti scritti a matita, trovammo nomi sconosciuti da tanti paesi, che a partire dagli anni ’80 avevano trascorso qualche notte al rifugio, alcuni con l’intenzione di salire la cima. Leggemmo di tanta frustrazione per il brutto tempo che non dava tregua, di tanti giorni di vana attesa, di tante fatali rinunce con la promessa di fare ritorno in quella terra che, comunque, lasciava un segno indelebile. Trovammo tanti ringraziamenti per l’aiuto offerto da Luis e dalla sua famiglia, cosa che naturalmente lo riempiva d’orgoglio.

Tra i foglietti ne scovammo infine uno del 1984 che portava in calce tre firme prestigiose, tre esploratori ed alpinisti italiani che avevano segnato la loro epoca, uno in particolare noto in tutto il mondo, che già sapevamo essere passati in quelle valli. Era proprio seguendo le loro tracce che eravamo giunti anche noi in fondo alla strada, oltre il guado.

Quel foglietto però non raccontava di imprese alpinistiche, di prime, di ripetizioni, di tentativi. Quelle poche righe raccontavano di tre amici che erano tornati a trovare il loro amico Luis, che avevano intenzione di salire il Cerro ma che, a causa del tempo, dopo alcuni giorni nel rifugio avevano dovuto rinunciare. Come tutti gli altri foglietti anche questo terminava con l’augurio di tornare, un giorno, a respirare il vento delle terre australi.

Come una bottiglia lanciata nell’oceano profondo, quel barattolo conteneva tanti messaggi affidati alla corrente del tempo, che noi avevamo trovato arenato nell’estancia sotto il Cerro.
Piegammo con cura tutti i foglietti e chiudemmo il barattolo. Volevamo dire a Luis di conservare con cura quel prezioso barattolo, quella memoria di tante avventure sulla sua montagna.
Luis però già sonnecchiava sulla poltrona quando ci alzammo, e ci salutò distrattamente quando uscimmo nel buio per tornare alla nostra tenda.

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foto:
1. La radura favolosa.
2. Il guardiano del barattolo di vetro.
3. La montagna.

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Andrea Pasqualotto

Andrea Pasqualotto

Camminare, leggere, scrivere, secondo il tempo e lo spazio a disposizione, il resto è superfluo. Sono nato e cresciuto tra la Valbelluna e le Dolomiti, ma il mio terreno di gioco si è allargato parecchio negli ultimi anni. Organizzo ed accompagno trekking nei luoghi più meravigliosi del Pianeta.


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