Audio Storia

Quattro minuti e trentatré

Si è detto che la musica è un insieme di suoni organizzati. Non è vero. Musica è ogni cosa che si decide di ascoltare come tale, non è qualcosa che si fa, è un modo di porsi nei confronti delle cose, è un approccio all’ascolto.

audiostoria di Filippo Caon

16/06/2020
ascolto 12,44 min
È una sera del 1952, Woodstock, NY. C’è un concerto. Il pubblico prende posto, il pianista entra, si chiama David Tudor.

Si siede al pianoforte, chiude il coperchio della tastiera, posa le mani sulle cosce e resta immobile. Il pubblico ascolta, rumoreggia, si scoccia.
Immaginate di trovarvi in un bosco o su un prato in quota. Siete in gruppo o da soli, non ha importanza. Qualcuno vi dice di fermarvi e di ascoltare. Voi immediatamente non capite, vi mettete a cercare in tasca, tendete le orecchie…

Testo, concept e audio: Filippo Caon
Voce narrante: Giovanni Rossi e Filippo Caon

David Tudor (Black Mountain College Research Project Papers, Visual Materials, Box 88, North Carolina State Archives, Raleigh, NC.)
John Cage, Stony Point - Photo_ David Gahr

È una sera del 1952, Woodstock, NY. C’è un concerto.
Il pubblico prende posto, il pianista entra, si chiama David Tudor. 
Si siede al pianoforte, chiude il coperchio della tastiera, posa le mani sulle cosce e resta immobile. Il pubblico ascolta, rumoreggia, si scoccia.

Immaginate di trovarvi in un bosco o su un prato in quota. Siete in gruppo o da soli, non ha importanza. Qualcuno vi dice di fermarvi e di ascoltare. Voi immediatamente non capite, vi mettete a cercare in tasca, tendete le orecchie. Poi vi accorgete che non c’è molto da ascoltare, giusto il vento che si infila tra le crode o un sasso mosso da un capriolo: viene, va, sparisce. Alla fine della passeggiata, in rifugio, qualcuno vi interroga su quello che avete sentito, sul vento, sul sasso. Dopodiché vi chiede come vi siete sentiti e al che rispondete: come un pubblico di fronte a una sinfonia naturale.
Finita la minestra, bevuto il vino, vi incamminerete verso casa. Allora quella stessa persona vi fermerà ancora, ma questa volta non vi dirà di ascoltare il vento e i sassi, ma i vostri passi, il vostro respiro affannoso, il suono dei bastoncini sul calcare e come si mescolano con gli altri. La sera, a tavola, di fronte a un’altra minestra, quella persona vi chiederà di descrivere come vi siete sentiti scendendo. Al che, questa volta, voi risponderete: dei musicisti.

Adesso, pensate di nuovo di trovarvi in un anfiteatro dolomitico, in un antico circo glaciale, uno di quelli con i laghetti azzurri in mezzo. Questa volta ci sono tante persone, saranno cinquecento a colorare i bianchi ghiaioni dolomitici. Qualcuno ha portato su uno Steinway a coda, di cinque quintali. Ve lo immaginate appeso all’elicottero finché volteggia attorno al Cimon della Pala, c’è da ridere. Non frequentate molto le sale da concerto ma quell’evento vi è sembrato interessante e vi siete presentati. Da lontano vedete arrivare uno col frak, non lo conoscete, ha un nome con tante consonanti, deve essere polacco o roba simile. Si siede al pianoforte. Chiude la tastiera, posa le mani sulle cosce e resta immobile. A quel punto quello al vostro fianco vi sussurra che da quel momento qualunque cosa sentirete è musica. Voi diffidate, fate bene, ma ormai siete lì. Quattro minuti e trentatré secondi più tardi il pianista si alza. La gente applaude. Esce.

Quando più tardi, davanti alla minestra, qualcuno vi chiederà cosa avete sentito, voi non farete accenno né al vento, né ai sassi o ai caprioli. A lungo si è detto che la musica è un insieme di suoni organizzati: non è vero. Musica è ogni cosa che si decide di ascoltare come tale, non è qualcosa che si fa, è un modo di porsi nei confronti delle cose, è un approccio all’ascolto.

Se osservate, nei quadri il paesaggio che sta attorno ai personaggi non è mai soltanto uno sfondo, è una dimensione che ci rivela la vicenda, gli stati d’animo, ci parla degli uomini e noi ci identifichiamo in quel paesaggio.
Pensate alla Tempesta del Giorgione o alle madonne di Leonardo. Quelle piante e quelle montagne non sono solamente piante o montagne: siamo noi, è un modo di guardare il mondo. E quando osserviamo un paesaggio alpino, uno vero dico, capita la stessa cosa: ha quella forma perché noi lo vediamo così. Stessa cosa accade per i suoni. Di per sé sono delle onde che si propagano nell’aria con una certa frequenza, ad una certa intensità, niente di più.

I suoni naturali sono una cosa piuttosto stupida; pensate che in tutto l’universo esistono soltanto dove c’è dell’atmosfera e non l’atmosfera non c’è in tanti posti. Ma quando li ascoltiamo li filtriamo attraverso la nostra percezione, proprio come il paesaggio del Giorgione. E quella percezione è un fatto culturale, attraverso cui li determiniamo e gli attribuiamo un significato. I suoni naturali non esistono.

Un suono quindi porta con sé un’informazione che noi decidiamo di considerare più o meno rappresentativa, proprio come nel brano silenzioso di John Cage. Per questo è importante il modo in cui li ascoltiamo, l’approccio all’ascolto, ed è importante l’attenzione che gli dedichiamo. L’attenzione ci insegna la cura. E dei suoni dovremmo avere cura perché ci spiegano il posto in cui siamo. I suoni possono avere un alto contenuto informativo, cioè possono raccontarci qualcosa, ad esempio il livello di inquinamento, la salubrità di un bosco, una comunità potrebbe persino identificarsi inconsapevolmente in quei suoni, tanto che un’esistenza senza di essi potrebbe apparire povera. Oppure possono avere un contenuto informativo molto basso, possono essere poco rappresentativi o addirittura fastidiosi; allora forse potremmo rimuoverli, magari proteggendo delle specie animali. Ma con un ascolto sciatto e disattento saremo portati a trascurare il loro ruolo e ad abitare in un luogo trasandato.

Ogni tanto mi immagino John Cage durante un trekking in Himalaya, quello che non è mai riuscito a fare. Sta camminando, ad un certo punto un’aquila lo interrompe. Si volta, la valle è bellissima, sullo sfondo il Manaslu è avvolto dalle nuvole. Risuona una preghiera nell’aria. John Cage si siede su una roccia, appoggia le mani sulle cosce, chiude il coperchio del pianoforte: musica.

Filippo Caon

Filippo Caon

Umanista. Aspirante musicologo, ultrarunner. Non c’è nessun nesso tra le due cose ma mi piace pensare di vederlo. Scrivo su SpiritoTrail e collaboro con riviste e blog del settore; per un anno e mezzo ho curato il progetto ‘In montagna con Gandhi’, col quale ho stampato delle piccole pubblicazioni indipendenti su montagna, paesaggio e via dicendo. Una citazione? “Questa è la biblioteca, ma il suo studio è là fuori, oltre la porta.”


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