Saggio

I MARI SENZA CONFINI DI JOSEPH CONRAD

Tanti lettori hanno scoperto Joseph Conrad nella loro giovinezza. I suoi libri non hanno deluso chi cercava il mistero, il coraggio, la sfida a tempeste di ogni tipo. Eppure, nelle sue pagine c’è molto di più.

testo di Giuseppe Mendicino, acquerelli d Nicola Magrin

18/04/2022
4 min
Uomo di mare amato anche da alpinisti e montanari, Józef Teodor Konrad Korzeniowski, assai più noto come Joseph Conrad, nasce nel 1857 a Berdičev, attualmente territorio ucraino, da una famiglia della piccola nobiltà polacca.

La cittadina, in precedenza appartenente al regno di Polonia, alla nascita di Conrad si trova sotto il dominio zarista. Trascorre l’infanzia tra difficoltà e assenze: la madre Evelina muore in giovane età e il padre Apollo, un nobile poco abile nel gestire le sue terre, è più portato per la letteratura; è anche un appassionato sostenitore dell’irredentismo contro l’impero russo. Dopo la morte del padre, per evitargli un lungo arruolamento forzato nell’esercito dello zar, obbligatorio per i figli degli irredentisti, lo zio Tadeusz lo aiuta a raggiungere la Francia e a imbarcarsi come passeggero a bordo di una nave diretta in Martinica. Il giovane, del resto, aveva più volte manifestato il desiderio di andare per mare verso paesi lontani, per una brama di avventure acquisita leggendo i libri di Louis Stevenson, Fenimore Cooper, Samuel Coleridge.

È così che inizia la prima vita di Joseph Conrad, in viaggio per tutti i mari del mondo, conseguendo nel corso degli anni il grado di capitano di una nave, attraversando tempeste e bonacce, superando pericoli di ogni tipo. Il primo veliero su cui riuscì a salire era un brigantino battezzato Mont Blanc. Una coincidenza interessante se si pensa che i suoi libri, scritti durante la sua seconda vita, nella campagna inglese, saranno appunto letti e apprezzati anche da molti uomini di montagna. La solidarietà tra i «piccoli uomini» che reggono la rotta di un vascello somiglia molto a quella che unisce una cordata di scalatori. Come scrisse Cesare Pavese: “Conrad mantiene davanti all’enigma, all’angoscia del vivere, una ironica e rassegnata alterezza; alza le spalle e a denti stretti, se pur non convinto, sta sulla breccia e dà una mano, sempre distaccato, sempre corretto. I piccoli uomini che, febbricitanti e risoluti, tengono duro in questo racconto sulla bella nave stregata – gli umili e sorridenti che, senza un gesto, s’immolerebbero per i compagni – escono da una stirpe di coraggiosi, non di santi”.

Forse perché le doti che servono in mare – coraggio, solidarietà e lealtà verso i compagni, tenacia – sono indispensabili anche in cordata sulle vette. Cos’hanno in comune alpinisti e marinai? Oltre all’amore per la libertà e per gli ampi orizzonti?

Il pugno di uomini racchiuso in un piccolo vascello nell’oceano o legato su una parete di roccia e di ghiaccio si salva solo se, oltre a competenza e doti tecniche, c’è intesa e fiducia reciproca. Se c’è consapevolezza di un destino comune, verso il quale tendere con tutte le forze. Nessun uomo si salva da solo. Il capitano Mac Whirr di Tifone porta in salvo i suoi uomini, superando l’uragano, come il sergente maggiore Mario Rigoni Stern guida i suoi attraverso la steppa innevata, per superare l’accerchiamento e portarli a baita. Del resto, proprio Rigoni quando da ragazzino era scappato di casa in una notte d’inverno, aveva riposto nello zaino niente di più che un pezzo di pane, uno di formaggio, e Tifone di Conrad.

Cos’hanno in comune alpinisti e marinai?
Oltre all’amore per la libertà e per gli ampi orizzonti?

Accomuna marinai e alpinisti l’apparente assenza di senso di tante battaglie, conquiste e fatiche; come accade ai due protagonisti de Il duello, in un lungo racconto che descrive l’infinito sfidarsi di due ufficiali napoleonici, senza che siano spinti da un reale e chiaro motivo. Il fine sarebbe nel mero duellare, nel vincere, nel raggiungere una baia o una vetta? Ne vale davvero la pena? Certo – direbbe Conrad – resistere sulla tolda di una nave a onde altissime, come in Tifone, portarla in salvo con il suo carico di marinai e di braccianti, dà un senso alla propria esistenza. In un lottare salvifico per sé e per gli altri, di vita vera contrapposta al lento passare dei giorni, alla fine delle illusioni. Passata la tempesta, scalata la montagna, ci si sente più liberi e forti, ancora per un po’ almeno, si tratta di momenti memorabili sottratti al tempo e alla morte.

Tanti lettori hanno scoperto Conrad nella loro giovinezza, forse per l’equivoco che i suoi libri raccontassero storie di avventure sul mare, come prima di lui Robert Louis Stevenson, con la stessa magia. In effetti chi aveva amato L’isola del tesoro, si è appassionato anche alle vicende di mare e ai personaggi di Conrad. I suoi libri non hanno deluso chi cercava il mistero, il coraggio, la sfida a tempeste di ogni tipo. Eppure, nelle sue pagine c’è molto di più.

Una scrittura fluida e lessicalmente precisa, un modo avvolgente di raccontare, a volte in terza persona altre volte attraverso Marlowe, il personaggio-narratore che ha conosciuto le storie e i personaggi descritti, e li evoca con il filtro del suo punto di vista. Un filo di ambiguità corre attraverso le pagine, la memoria è uno strumento prezioso ma di relativa affidabilità, non possono invece esserci incertezze sul codice di valori che accompagna gli eroi di Conrad, come scrive in Lord Jim: «Non importa dove ci si trovi. La virtù è la stessa in tutto il mondo, e c’è una sola fede, una sola condotta di vita, un solo modo di morire». Eroi spesso sconfitti – dalle tempeste, dalla malvagità, dal caso – ma sempre in lotta tenace contro le avversità, decisi a non arrendersi. La tensione che le sue pagine trasmettono al lettore nasce sia dai pericoli scatenati dalle forze della natura o dalla protervia degli uomini sia dalle battaglie interiori per agire sempre in coerenza con quei valori.

Un conflitto a volte più difficile di quello contro tempeste o bonacce senza vento e senza fine. In un breve saggio del 1954⁽¹⁾ Italo Calvino scrisse: “…l’ottimismo razionalista perdeva le ultime illusioni e uno scatenarsi d’irrazionalismi e misticismi invadeva il campo. Conrad vedeva l’universo come qualcosa d’oscuro e nemico, ma ad esso contrapponeva le forze dell’uomo, il suo ordine morale, il suo coraggio”.

Tutto ciò nei libri di mare e di isole. Nei libri “europei” invece, le sue descrizioni dei terroristi nei libri L’agente segreto e Con gli occhi dell’Occidente consentono di comprendere fenomeni analoghi di fine Novecento con una lucidità forse maggiore di quella di Dostoevskij. Conrad conosceva bene l’amara riflessione di Montaigne sugli orrori dell’Inquisizione: “Bisogna avere davvero un’alta considerazione della propria opinione per arrivare in nome di essa ad uccidere un uomo”. I terroristi di Conrad sono piccoli uomini, dall’ego decisamente superiore alle loro reali qualità umane, in preda a desideri e velleità in grottesca collisione rispetto agli ideali perseguiti. Un mondo sordido, lontano dal coraggio e dalla lealtà dei nostromi e capitani di Conrad.

Passata la tempesta, scalata la montagna, ci si sente più liberi e forti, ancora per un po’ almeno, si tratta di momenti memorabili sottratti al tempo e alla morte.

L’infinito lottare dei suoi eroi si interseca con certe pause in cui Marlowe o altri narratori, evocano, descrivono, fanno immaginare i loro ascoltatori; in notti calde e interminabili illuminate dalla luce lunare o nella cabina di una nave, mentre il tempo sospende la sua corsa e il silenzio del mondo aiuta l’ascolto e l’attenzione.

Jorge Louis Borges, in una poesia, ritrasse bene questi momenti di sospensione della tensione, di attesa dell’ignoto, fossero anche parte di una storia lontana e inestricabile: “Nelle tremule terre che esalano l’estate, il giorno è invisibile tanto è bianco. Il giorno è una striatura crudele su una persiana, un fulgore nelle coste e una febbre nella pianura. Ma l’antica notte è profonda come un vaso di acqua concava. L’acqua si apre a infinite orme, e in oziose canoe, davanti alle stelle, l’uomo misura il vago tempo con il sigaro. Il fumo confonde di grigio le costellazioni remote. Ciò che è immediato perde preistoria e nome. Il mondo è un certo numero di tenere imprecisioni. Il fiume, il primo fiume. L’uomo, il primo uomo”.

Joseph Conrad apprezzava la solitudine, ma era capace di grandi amicizie, specie quando sentiva una particolare sintonia di sensibilità e di valori, come con lo scrittore americano Stephen Crane, l’autore di Il segno rosso del coraggio, o con Ford Madox Ford, assieme al quale scriverà alcuni libri. In una lettera del 5 dicembre 1895 all’amico Edward Garnett⁽²⁾ scrive: “Domenica scorsa è stato qui da me Stephen Crane. Abbiamo parlato e fumato per metà della notte. È stranamente senza speranze su se stesso. Mi piace”. Pochi anni dopo, nel 1900, la prematura scomparsa dell’amico lo addolorerà profondamente.

Si può immaginare che le conversazioni di Conrad avessero lo stesso tono analitico ma profondo e partecipe di quelle guidate dal suo personaggio Marlowe. Altri scrittori del suo tempo non riuscirono a divenirne amici, ma lo ammirarono senza riserva. Jack London, il 24 giugno del 1915, gli scrive: “Avevo appena incominciato a scrivere quando ho letto la tua primissima opera. Ti ho semplicemente, follemente apprezzato e ho comunicato il mio entusiasmo agli аmісі per tutti questi anni. Non ti ho mai scritto. Non ho mai sognato di scriverti. Ma dopo aver letto Vittoria sono stato sopraffatto dall’emozione”.

Le opere di Joseph Conrad chiudono un secolo di letteratura e ne aprono un altro. Non posseggono la geometrica precisione dei romanzi ottocenteschi, c’è sempre un margine di ambiguità nelle sue storie.

Conrad morì il 3 agosto 1924, lasciando la moglie Jessie Emmeline George e due figli, Borys e John. Sulla sua tomba, nel cimitero di Canterbury, Jessie fece incidere i versi del poeta Edmund Spenser che il marito avevo inserito in epigrafe al suo ultimo libro, Il pirata: “Il sonno dopo la fatica, il porto dopo i mari in tempesta, la quiete dopo la guerra, la morte dopo la vita, danno conforto”. Venne rimpianto più dagli scrittori che dai critici letterari. Caustico e affettuoso l’elogio d’addio che gli riservò Ernest Hemingway, contrapponendo il modesto apprezzamento del mondo letterario verso Conrad rispetto all’enfasi riservata a Thomas Eliot. La contrapposizione non aveva motivo di essere, tra l’altro Eliot amava le opere di Conrad, ma il finale dell’articolo è memorabile: “A Sudbury, Ontario, comprai tre numeri arretrati della Pictorial Review e lessi L’avventuriero seduto sul letto al Nickle Range Hotel. Quando venne il mattino avevo consumato tutto il mio Conrad come un ubriacone. Avevo sperato che mi durasse per tutto il viaggio e mi sentivo come un ragazzo che ha mandato in fumo il suo patrimonio. Ma, pensai, scriverà altre storie. Ha ancora tanto tempo.

Quando lessi le recensioni, erano tutte concordi nel dire che L’avventuriero era un brutto libro. E adesso è morto e io vorrei che Dio si fosse portato via qualche grande personaggio letterario ammirato per la sua tecnica e avesse lasciato qui lui a scrivere i suoi brutti libri”.

Le opere di Joseph Conrad chiudono un secolo di letteratura e ne aprono un altro. Non posseggono la geometrica precisione dei romanzi ottocenteschi, con finali che svelano e chiudono senza scampo la vicenda narrata; c’è sempre un margine di ambiguità nelle sue storie, la possibilità di interpretare altrimenti, accentuata dall’essere a volte raccontate da un coprotagonista della storia, come in Lord Jim. Sono assenti, d’altronde, le debolezze esistenziali dei protagonisti dei romanzi novecenteschi di Thomas Mann, Robert Musil, Albert Camus; i capitani di Conrad lottano sino alla fine. “Amo Conrad perché naviga l’abisso e non ci affonda”, scrisse di lui Italo Calvino.

Per questo è bello immaginare, sperare, che ci siano ancora ragazzi che, in altri luoghi e in altre stagioni, sentano il desiderio di fuggire per il mondo portandosi nello zaino un libro di Conrad.

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1) Italo Calvino I capitani di Conrad, L’Unità, 3 agosto 1954
2) Edward William Garnett (5 gennaio 1868 – 19 febbraio 1937), scrittore e critico letterario inglese, favorì la pubblicazione di opere di molti autori del suo tempo, tra i quali Stephen Crane, D.H. Lawrence, John Galsworthy, Robert Frost e lo stesso Conrad.

I quattro acquerelli che illustrano l’articolo sono stati realizzati appositamente da Nicola Magrin per l’autore del testo (www.nicolamagrin.com).

Alcune opere di Joseph Conrad
Giuseppe Mendicino

Giuseppe Mendicino

Giuseppe Mendicino ha scritto per l’editore Laterza il recente Mario Rigoni Stern. Un ritratto. Al narratore dell'altipiano dei Sette Comuni ha dedicato anche Mario Rigoni Stern. Il coraggio di dire no (Einaudi 2013) e Mario Rigoni Stern. Vita, guerre, libri (Priuli & Verlucca 2016). Tra le altre pubblicazioni, Portfolio alpino e Nuto Revelli. Vita, guerre, libri, entrambi per Priuli & Verlucca. Collabora con le riviste Doppiozero e Meridiani Montagne.


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6 commenti:

  1. Cecilia ha detto:

    Una lettura così bella ,alle sette del mattino ,ti concilia con il mondo e fa partire bene la giornata. Complimenti Giuseppe, grazie. Cecilia

    1. Giuseppe Giuseppe ha detto:

      Grazie di cuore Cecilia

  2. Morena ha detto:

    Meravigliosa narrativa, la classe non è acqua, e Mendicino ne ha da vendere. Bravo!

    1. Giuseppe Giuseppe ha detto:

      Grazie Morena, davvero grazie.

  3. Alessandra ha detto:

    Stupenda citazione: “Nelle tremule terre che esalano l’estate, il giorno è invisibile tanto è bianco. Il giorno è una striatura crudele su una persiana, un fulgore nelle coste e una febbre nella pianura. Ma l’antica notte è profonda come un vaso di acqua concava. L’acqua si apre a infinite orme, e in oziose canoe, davanti alle stelle, l’uomo misura il vago tempo con il sigaro. Il fumo confonde di grigio le costellazioni remote. Ciò che è immediato perde preistoria e nome. Il mondo è un certo numero di tenere imprecisioni. Il fiume, il primo fiume. L’uomo, il primo uomo”… grazie Giuseppe!

    1. Giuseppe Giuseppe ha detto:

      Sì. è bellissima, e stranamente poco nota. Grazie a te Alessandra

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