Racconto

Tra Venezia e le montagne #1

testo di Andrea Nicolussi Golo

Foto di Giacomo Frison
17/04/2019
8 min

Tra Venezia e le montagne dell’Altopiano dei Sette Comuni si dipana il racconto di Andrea Nicolussi Golo. Protagoniste sono tre donne: la giovane pittrice Clio, la pastora slava e la vecchia signora cimbra vestita di nero. Ognuna di loro porta con sé un mistero: sono il futuro, il presente e il passato di una terra diversa, come l’epilogo di questa storia che chi ha visto e scritto vorrebbe diverso. E così il vecchio dalla barba bianca ha una storia con un finale diverso, quasi a sperare, ad illudersi che il destino del suo popolo potesse essere diverso.

TRA VENEZIA E LE MONTAGNE #1

L’entrata principale del museo è sbarrata già da qualche tempo e alcuni cartelli ormai logori indicano un accesso laterale.
Certe impalcature, forse non del tutto rispettose delle norme di sicurezza, costringono ad abbassare la testa, penso che in fondo sia un giusto esercizio di umiltà per i forestieri come me di fronte alla Serenissima.
Una, due gocce, tre, un giro di vento gelido, la polvere della strada davanti ai miei passi, percossa dai goccioloni, forma delle minuscole bocche di vulcano, simili a quelli scavati dalla capalonga sulla spiaggia di Grado, poi uno scroscio di pioggia pesante, ghiacciata, profeta d’autunno lustra il selciato e batte con violenza sopra i teli di nylon malamente stesi a proteggere le attrezzature del cantiere: un grosso compressore a nafta annerito, una vecchia betoniera elettrica, assi di varia misura e natura e sacchi di cemento, sacchi rimasti così, accatastati sopra il pallet con il quale erano stati scaricati dal burcio.

Gettati con malagrazia in un angolo, sotto la pioggia, senza nemmeno la seppur minima protezione di un pezzo di telo, badili e picconi, museali, incominciano già a marcire. C’è stato un tempo passato in cui a certi utensili era riconosciuta l’anima e allora badile e piccone erano circonfusi di sacralità intangibile, questo prima dell’avvento dei martelli pneumatici e delle mini scavatrici, questo prima che le mani degli uomini diventassero inutili; sono certo che mio padre, vecchio muratore, a vedere quegli attrezzi così allo sfacelo sarebbe corso per metterli al riparo. I pochi veneziani passano via di fretta dal ponte dell’Accademia e spariscono come folletti dentro a chissà quale calle misteriosa, o forse, più prosaicamente, spingono con fatica una porta inarcata dall’umidità della Laguna per poi salire le scale di modeste case operaie. La magica città sembra sghignazzare, mentre si stiracchia con piacere voluttuoso sotto la pioggia rinfrescante, che le scrolla di dosso un po’ di turisti. Come il selvatico, che accoglie con gratitudine l’acqua dal cielo che lo ristora e lo libera dall’assalto dei tafani, così anche Venezia quel mattino allungava pigramente le gambe e cercava una posizione più comoda.

Un museo in restauro è una lezione di anatomia, ti accorgi con stupore che i gangli vitali di una creatura incantevole, osservati troppo da vicino procurano un moto di disgusto e del resto, se la osservi con il dovuto disincanto, l’intera città di Venezia ricorda una lezione di anatomia e procura un malessere del quale non riesci ad aver ragione.

Dietro le facciate splendenti di marmi colorati, le viscere puzzolenti di certi rii ti spiegano senza aver bisogno delle parole l’origine straordinaria della vita.

Le pareti della piccola sala, un’anticamera nulla di più, che da troppo tempo non conoscono una mano di calce hanno preso, con il passare delle stagioni, quel colore grigio freddo di certi giroscale delle case popolari tirate su di fretta alla fine degli anni ’60. A quei muri di cenere, la Tempesta del Zorzi da Castelfranco, el Zorzon, è appesa con svogliata noncuranza quasi fosse uno dei nostri poster di gioventù; il quarto stato di Pelizza da Volpedo o il Che argentino che guarda lontano accanto ai quali qualche amico con aspirazioni intellettuali, a volte vi attaccava anche l’opera di quel misterioso veneto, con le date e il luogo di una lontana mostra d’arte stampati a caratteri giganti che ne deturpavano l’immagine. Più oltre, il salone è troppo lungo, troppo alto, troppo stretto, troppo freddo, troppo illuminato, è sgraziato e privo di armonia, diviso in due per tutta la sua lunghezza da una fila di poltroncine in vinile e ferro zincato che, scrostandosi, arrugginisce in fretta. Sono poltroncine senza bellezza alcuna, da sala d’aspetto di una barberia gestita da immigrati cinesi. A cavalcioni di quelle poltroncine, con una gamba di qua e l’altra di là, la ragazza potrà avere diciotto anni, forse meno, di sicuro non può averne di più; ha i capelli quasi rossi, tenuti assieme in una coda improvvisata, la faccia pulita e gli occhi truccati appena da un sottile velo di sfrontatezza infantile che le danno un’aria da Maddalena di montagna mai pentitasi di nulla. È vestita ancora d’estate e di aria chiara, la ragazza, porta una canottiera stropicciata e un paio di pantaloni di jeans corti corti come solo prima dei vent’anni si possono indossare senza apparire ridicoli. Ha le gambe nude e robuste, da atleta; da cervo scriverebbe forse un poeta in astinenza di capacità creativa, lo stesso poeta, che indugerebbe sul seno, come si dice: in fiore. Una donna il giorno prima di essere donna, una bambina il giorno dopo aver smesso di esserlo.

La ragazza gira ritmicamente la testa, ora da un lato della sala ora dall’altro, come uno spettatore di tennis.

Il vecchio, invece, con il Borsalino di feltro sformato, appoggiato di sghimbescio sulla testa nuda, sembra non vedere altro che l’opera estrema del pittore a lui più caro, la deposizione di Cristo di Tiziano Vecellio. Da sempre il vecchio porta una venerazione esaltata per quell’enorme telero, considera quella pietà livida, il rovescio scuro di quell’altra, brillante e purissima, scolpita da Michelangelo Buonarroti.

Non c’è sorveglianza in quella specie di granaio, nessuno che si prenda cura di tanta bellezza e il vecchio, come trascinato da una forza alla quale non riesce a opporre resistenza, di centimetro in centimetro si fa sempre più vicino alla pala, sino a sfiorarla, solo allora sente sibilare all’orecchio quella voce roca e strana:

«Che fai nonno, vuoi che scatti l’allarme?». Come un bambino sorpreso a fare le brutte cose, il vecchio avvampa, le orecchie gli si fanno di fuoco e con un unico lungo passo all’indietro si allontana dall’opera di quasi due metri, mentre confusamente balbetta delle scuse.

«Non devi scusarti con me, sai, non sono mica del museo, io, e poi so bene come ci si sente davanti a un quadro che si ama, ti viene la voglia fortissima di toccarlo, di sentirne il colore, il ruvido a contatto con le dita, a me capita sempre così; piacere mi chiamo Clio. No, non aggiungere anche tu come l’automobile, per favore». Il vecchio adesso sorride, sollevato da quella naturale confidenza che solo i giovani sanno dare senza riserbo e senza rispetto.
«No, Clio come la musa della Storia, figlia di Zeus e Mnemosine, oppure come la moglie di un nostro Presidente della Repubblica, beh, io invece sono Pietro».

Clio stringe con forza inconsueta quella mano offerta, mano di pelle dura, mano da contadino dal colore incerto come la corteccia del larice, poi caracollando con indolenza se ne torna verso le poltroncine grigie e un attimo dopo è come se non si fosse mai mossa, le gambe, una di qua e una di là e una insolita concentrazione sul volto. Il vecchio si avvia lento verso l’uscita della sala, dedicando solo un’occhiata distratta ai capolavori trionfanti del Tintoretto, appesi sulla parete opposta al suo Tiziano, forse pensa che non sia nemmeno giusto contrapporre l’opera dolorosa del cadorino a quei teleri squillanti di colori e di gesti e di suoni.

«Toppa arte, l’Italia ha troppa arte, senza sapersela meritare; in qualsiasi paese del mondo, attorno ad ognuno di questi quadri costruirebbero un museo appositamente, in Italia li accatastiamo dentro ai granai». Pur confusamente riesco a sentire le sue parole e leggo nelle spalle curve la sua amarezza, poi il vecchio raddrizza la schiena e si avvia.
Lo guardo allontanarsi quasi solenne.

La ragazza potrà avere diciotto anni, forse meno, di sicuro non può averne di più; ha i capelli quasi rossi, tenuti assieme in una coda improvvisata.
  • Foto di Giacomo Frison
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Fuori, la pioggia cade con meno forza e da quello che poteva ancora essere considerato un temporale di tarda estate, si è trasformata in pioggia vera, pioggia che dura. Pioggia da stagione morta che fa decomporre le foglie cadute, pioggia che fa accendere le stufe e desiderare il riposo.
Le poche parole scambiate con quella ragazzina con i capelli quasi rossi, sarebbero sicuramente rimaste le sole, se, appena fuori dalla sala, il vecchio non si fosse fermato lungo lo stretto corridoio, a rendere il giusto omaggio al grande pittore della sua terra, Jacopo da Ponte, il Bassano, il cui padre si era trasferito in quella cittadina ai piedi dei monti, ma che era nato e aveva vissuto a lungo lassù, in Altipiano, e in Altipiano aveva anche dipinto.

«Non ti sembra che faccia le pecore uguali al tuo amato Tiziano». Di nuovo, quella voce bassa e strana lo fa sobbalzare, ma questa volta il vecchio non sta facendo nulla di riprovevole, cosi rimane al suo posto e sorride. «Certo che sì, perché sono le stesse pecore, razza Foza, quelle che ancora oggi, proprio in questi giorni, stanno lasciando i pascoli alti del Portule per scendere nella pianura pedemontana lungo le rive del Brenta».

«Vo bo khenntar iar, Pietro?». La voce della ragazza già per sua natura così diversa si fa poco più di un sussurro, brusco e amabile allo stesso modo e si circonda di nuovo mistero. Di sicuro non vi fanno caso i pochi visitatori di lingua italiana, ché a Venezia, da lunghi secoli si incrociano tutte le lingue del mondo. Neppure i giapponesi, o i cinesi che negli ultimi tempi hanno incominciato ad arrivare a frotte, se ne fanno meraviglia, ché tanto per loro, tutte le lingue sono straniere. Ma il vecchio, invece, avverte un calore inusitato che lo avvolge, quasi avesse indossato uno di quei tabarri da pastore capaci di sfidare l’inverno delle quote più alte, guarda negli occhi la ragazza, deglutisce a forza e cerca di trovare le parole per rispondere, ma le parole non riescono a trovare l’aria. «Da dove venite Pietro?». Ripete sillabando in italiano la ragazza fattasi incerta, timorosa di avere forse fatto una figuraccia e preoccupata che il vecchio non abbia inteso la domanda. «Vo au dahuam», da casa mormora il vecchio montanaro… «Da casa» ripete trasognato… vo Huam.

La sorpresa di trovare in quella città dalle mille lingue anche la sua antica che credeva dimenticata da tutti, incide quasi con dolore l’anima del montanaro come quando una gioia troppo grande fa sgorgare le lacrime. L’uomo non riesce proprio a credere che quella ragazzina impertinente parli la lingua antica dei padri. Con l’agitazione crescente  dei vecchi che fanno fatica a capacitarsi delle cose, Pietro vuole sapere tutto di lei: di chi sia la figlia, chi siano i suoi nonni e chi i genitori dei nonni, da quale contrada provenissero e infine come mai si trovasse a Venezia. «Vivo con i miei da qualche parte in terraferma, ma a Venezia studio all’Accademia, mi piace disegnare e a volte dipingere» Risponde, divertita e a sua volta sorpresa la ragazza, lei però, come è uso tra i giovani, non da grande peso a quella strana coincidenza, sono cose che succedono. Con gesti preziosi, quella bizzarra creatura toglie dalla borsa, che porta a tracolla, un blocco di fogli da disegno, di quelli migliori di carta spessa e rugosa, poi con una minuscola matita incomincia a tracciare le forme della pecora del Bassano. «Se guardi in fondo ai quadri di Jacopo puoi distinguere le nostre montagne, anche Tiziano lo fa».

La voce del vecchio ha l’eco di una tenerezza profonda, una tenerezza dimenticata dal vivere di oggi, ma non vi è nulla di lamentoso nelle sue parole. La ragazza continua a tracciare linee sulla carta con sorprendente rapidità, senza nemmeno avere l’aria di guardare quello che sta facendo e ignorando del tutto il vecchio con il cappello di feltro sulla testa  nuda. Ogni tanto la giovane si porta l’indice della mano destra, per disegnare usa la sinistra, sulle labbra per bagnarlo di saliva, poi lo passa velocemente sopra le righe tracciate con la matita morbida ottenendo misteriose sfumature di grigio, le stesse scure sfumature che le rimangono appese alle labbra. Cosi stanno quei due, fermi in mezzo allo stretto corridoio, per un tempo che a loro non importa e le comitive dei cinesi stanche di aspettare si mettono in fila per passare di lato uno a uno. Improvvisa, come lo scoppio di un temporale, la risata pulita della ragazza rotola sopra le antiche pietre, sopra le cornici, sopra le tele, sopra i colori, quel ridere sono perline di vetro che cadono da un tavolo su un pavimento di legno, il vecchio ha un sussulto, i suoi pensieri sono spazzati via, come dalla neve di una valanga primaverile da quella voce insolita alla quale non riesce ancora ad abituarsi. «Che ne dici Pietro, ti piace?». Sulla carta da acquerello le pecore del Bassano seguono docili uno stretto tratturo chiuso ai lati dalle lastre di pietra piantate profonde nella terra e dietro viene il pastore, e il pastore ha il volto del vecchio delle montagne che le sta accanto. «È molto bello, non che io me ne intenda, certo, ma credo che tu abbia del talento ragazza». «Se ti piace te lo regalo ma solo se ti piace per davvero».

Il montanaro prende il foglio, lo arrotola con cura e poi con un entusiasmo che non provava più da tanto tempo passa un braccio sulle spalle della ragazza e assieme escono dal museo, girandosi solo per un momento a guardare per un’ultima volta la tempesta del Giorgione, enigmatica solo per chi è cosi cieco e presuntuoso da non comprenderne la semplicità.
Quando si trova in visita alla città di Venezia il vecchio delle montagne è solito andare a mangiare le sarde in savor con la polenta bianca, accompagnati con quel vino armonioso dei colli euganei, che fa felici e che non fa male. In quel bacaro in fondo al sottoportego del Leon, con le mani unte di pesce il vecchio delle montagne e la ragazza dell’Accademia si riconoscono fatti della stessa pasta. E ridono. Forte.
_____
» continua con la 2a parte «

Andrea Nicolussi Golo

Andrea Nicolussi Golo

Responsabile dello sportello Linguistico della Magnifica Comunità degli Altipiani Cimbri, collabora con l’Istituto Cimbro di Luserna/Lusérnar Kulturinstitut. Ha pubblicato il libro di racconti Guardiano di Stelle e di vacche (2010), e i due romanzi Diritto di Memoria (2014) e Di roccia di neve di piombo (2016), quest’ultimo finalista e segnalato ai Premi ITAS, Rigoni Stern e Leggimontagna. Nel 2011 è stato insignito del premio “Ostana scritture in lingua madre”. Ha vinto numerosi concorsi di poesia sia in lingua cimbra che in italiano e nel 2013, su autorizzazione Einaudi, ha dato alle stampe la traduzione in lingua cimbra del capolavoro di Mario Rigoni Stern Storia di Tönle. Nel 2016 ha pubblicato la traduzione in cimbro de Il piccolo principe e nel 2018 la versione integrale di Pinocchio. Per l’Istituto Cimbro di Luserna ha pubblicato varie favole per bambini.


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