Reportage

#78 TRASPORTATI DALLA MONTAGNA

testo e foto di Leonardo Panizza  / Trento

Ticino (ph. Marco Cestarolli)
01/01/2021
9 min
Il Bando del BC20

Trasportati dalla montagna

di Leonardo Panizza

La montagna è spesso meta di grandi avventure personali e collettive, è la meta per eccellenza, un luogo oltre il quale è impossibile andare, dove è necessario fermarsi perché c’è il limite del cielo e non è possibile avanzare oltre.

Si allacciano gli scarponi, si mette lo zaino in spalla e si sale fino al limite della cima.
Ma se si riuscisse a rovesciare questa logica e la montagna diventasse luogo di partenza? Dove si arriverebbe? Non ci sarebbe alcun limite. È con questo pensiero che ho deciso di trovare una strada tracciata dalla montagna, che mi facesse partire dalla cima per trasportarmi con la corrente fino quasi al mare.

I fiumi, da voragini che separano, possono diventare strade di collegamento mentre i ponti, visti da una canoa diventano luoghi insicuri, attorno ai cui piloni si formano pericolosi vortici, dove si accumulano grossi rami che bucano e rovesciano imbarcazioni; le dighe, da qualcosa di utile per l’irrigazione e la produzione di energia, diventano ostacoli insormontabili.

Viaggiare in canoa è principalmente questo, cambiare prospettiva. Per me, da sempre abituato ad arrampicare, sciare e camminare in montagna trovarmi dalla cima del monte al fondo di un’antica valle glaciale non è stato un cambiamento indifferente. Per andare in montagna è necessario un’attenta selezione del percorso, con l’alpinismo oggi si cercano nuove vie per salire, senza ripetere quelle precedenti, si selezionano i punti più deboli della parete rimasti inesplorati e si parte. Con il fiume succede l’opposto, ci si lascia trasportare dall’acqua, che nata in montagna ha scavato la via migliore in assoluto per arrivare il più rapidamente possibile al mare. Mentre salire sulla cima risulta in qualche modo faticoso, innaturale, non c’è nulla di più semplice ed ovvio che seguire la corrente nata dai monti per farsi trasportare a valle.

Prima di partire per il Ticino la mia unica esperienza di navigazione fluviale risaliva a quando, in Madagascar, in compagnia di alcuni fotografi ed un antropologo, ci siamo addentrati con un canotto nel fitto della foresta pluviale. Poi basta, per anni.

Il parco fluviale del Ticino è qualcosa di unico: nonostante solchi una delle pianure più industrializzate d’Italia mantiene il suo lato selvaggio intatto, scavando costantemente e modificandosi di continuo, mostra un equilibrio dinamico sorprendente. L’uomo ha effettuato massicci lavori di rinforzo delle anse, limitando il continuo mutamento e deviando gran parte del suo corso per irrigare la pianura ma da qualche anno è in atto un riconoscimento sempre maggiore della sua peculiarità attraverso attività sostenibili, prime fra tutte il birdwatching e la navigazione in canoa.

Madagascar (ph. Elisa Bessega)

Preparando la navigazione con Marco abbiamo cercato materiale ovunque e siamo rimasti stupiti quando abbiamo scoperto che l’unico materiale reperibile fosse una guida degli anni ‘80 e delle carte di navigazione altrettanto antiche. Così una volta partiti con le canoe eravamo liberi da qualsiasi preconcetto, poche informazioni in testa ed una grande voglia di esplorare questo nuovo modo di muoversi. La cosa più bella, inutile dirlo, è la costante presenza di acqua.

Dopo aver dormito una prima notte vicino alla diga della Miorina, a Sesto Calende, siamo partiti all’alba. Con noi avevamo due grossi zaini resistenti all’acqua in cui mettere sacco a peli e tecnologia varia, qualche vestito di ricambio, cibo essiccato e due taniche d’acqua da 5 litri. Abbiamo deciso di viaggiare con due canoe per avere più spazio. Ci siamo quindi slacciati gli scarponi per mettere i piedi nell’acqua, abbiamo tolto gli zaini e, legandoli saldi alle canoe, siamo scivolati sull’acqua leggeri.

Il primo tratto è relativamente tranquillo, sembra quasi di navigare sull’acqua ferma, cerchiamo di concentrarci sulla pagaiata, prendendo confidenza poco a poco con l’acqua e la corrente. Giusto il tempo di iniziare a capirci qualcosa e ci troviamo di fronte a una diga che prende l’acqua per produrre energia. C’è una grande ansa in cui si succedono nel giro di alcune centinaia di metri due grandi sbarramenti, segnalati sulle nostre carte fluviali come mortali. Ed ecco che ci apprestiamo a fare 3 chilometri di trasbordo passando attraverso una foresta piena di immondizie e una strada statale torrida e trafficata. Trasportiamo prima una canoa, poi torniamo a prendere l’altra facendo una fatica immane.

Le dighe sono enormi sbarramenti, interrompono il flusso, come per noi per miliardi di pesci che rischiano di rimanere bloccati, di non poter risalire il fiume per riprodursi. Grazie a due passaggi artificiali voluti fortemente da GRAIA da alcuni anni i pesci possono passare, noi invece camminiamo sotto il sole cocente con le canoe sopra la testa.

Dopo le dighe il fiume cambia drasticamente, è più movimentato, ha meno portata d’acqua e appare più selvaggio. Tratti lenti e tranquilli si alternano a rapide dove è importante mantenere l’equilibrio per non rovesciarsi. Sulle sponde, soprattutto quelle lombarde, sono presenti piccole capanne fatte con tronchi e materiali di recupero, sembrano antiche vestigia di civiltà perdute o accampamenti primitivi. È proprio in uno di questi microvillaggi abitati probabilmente nei week end d’agosto da bagnanti accaldati, che ci fermiamo per dormire. Dopo aver acceso un piccolo fuoco per mangiare, ci addormentiamo esausti su un’amaca. Abbiamo messo in conto 3 giorni di navigazione e siamo ancora all’inizio, ma non vediamo l’ora di ripartire la mattina successiva.

Durante la notte il suono dell’acqua ci riporta alle montagne della Svizzera da cui nasce il fiume. Due piccole sorgenti che confluiscono nel Lago Maggiore insieme ad altri corsi d’acqua ed escono nel punto in cui abbiamo iniziato noi la nostra avventura.

Partiamo di buon’ora visto che ci attendono moltissimi chilometri, in tutto sono una novantina ma il primo giorno ne abbiamo fatti molti meno rispetto ai 30 che avevamo previsto.

Le braccia si stancano immediatamente e ad ogni rapida dobbiamo controllare se è possibile passare o c’è il rischio di bucare per il fondo troppo basso. Per il resto rimaniamo in contemplazione delle rive abitate da strani uccelli. Ci sono diversi cormorani che ci precedono e si spostano mano a mano che avanziamo. Ci fermiamo per pranzare sulle rive dove ne approfittiamo per rinfrescarci e riposare.

Quando arriviamo nei pressi di Malpensa il paesaggio è selvaggio e silenzioso, interrotto solo dal passaggio continuo degli aerei di linea che atterrano e decollano. Nell’antica guida che abbiamo con noi ci perdiamo a leggere delle battaglie ambientaliste a cui migliaia di agricoltori e cittadini hanno partecipato negli anni passati contro l’ampliamento di quello che oggi è uno degli aeroporti internazionali più grandi d’Italia. Fa riflettere il modo con cui queste battaglie siano state dimenticate da un lato e siano ancora drammaticamente attuali dall’altro. La tenacia di alcuni di loro si è tradotta nella fondazione di quello che è stato il primo parco fluviale a livello europeo e ancora oggi grazie all’istituzione dell’area naturale protetta è possibile per noi ammirare le acque cristalline dai riflessi dorati.

Ticino (ph. Marco Cestarolli)

Il pomeriggio procede al meglio anche se la sensazione di essere stanchi e non aver mosso un passo in tutta la giornata è qualcosa di strano a cui abituarsi. Le sponde sono ora più frequentate da pescatori, timidi naturisti e cercatori d’oro. Il Ticino, infatti, è da sempre meta ambita da chi ama setacciare la sabbia alla ricerca di pepite preziose. Nei passaggi ravvicinati ci guardiamo incuriositi giusto il tempo di scambiare alcune parole e scivolare via lungo il fiume che diventa sempre più veloce.

Ci fermiamo per rifocillarci lungo le sponde ad un piccolo bar (uno dei pochi che vedremo lungo il fiume) rispondendo alle domande dei camerieri curiosi; non è così usuale vedere delle persone che si spostano con delle canoe piene di viveri. Raccogliamo alcune informazioni sul ponte di Turbigo, punto che ancora non sappiamo se riusciremo a superare con facilità, e ripartiamo dopo un breve trasbordo. Ci troviamo in breve al tanto temuto ponte dove ci rendiamo conto che nonostante ci sia un salto di almeno un metro possiamo farcela.

La difficoltà maggiore nella navigazione è dovuta al repentino cambio di stato d’animo. Mentre in montagna c’è una tensione e attività costante, sul fiume si passa dall’essere rilassati all’essere vigili ogni volta che c’è una rapida. Si passa quasi da uno stato di contemplazione rilassato e annoiato ad un’attivazione esagerata.

Parte Marco, l’importante è tenere dritta l’imbarcazione, con colpi decisi mantenere la punta verso la direzione dell’acqua, se ci si lascia girare dall’acqua è finita, gli zaini in acqua, le borse legate male chissà dove finirebbero. Riesce a passare con facilità, ora tocca a me. Qualche pagaiata per mettermi al centro e faccio il salto, un po’ di acqua entra nella canoa ma sono subito fuori, galleggio placidamente.

C’è un momento, appena prima delle rapide, in cui il fondale si abbassa e l’acqua inizia a spingere con tutta la sua forza, si vedono i sassi passare rapidamente ed è necessario mantenere la concentrazione per evitare rami, secche, sassi appuntiti, prima che il fiume si arricci in onde bianche c’è un momento in cui l’acqua sembra diventare più trasparente, quasi oleosa, pagaiando con forza è possibile raggiungere una velocità considerevole. Ecco in quel momento sembra quasi di volare, di essere sospesi mezzo metro dal fondale, si sente la forza della montagna da cui quello scavo primordiale ha avuto inizio.

Poi il viaggio prosegue fluido, passiamo sotto un ponte che al centro non è ancora completato, alcuni signori in barca ci dicono che le ditte che prendono l’appalto durano giusto il tempo per tirare i soldi pubblici e poi dichiarano il fallimento. Di fatto è da anni che i lavori sono fermi ed il ponte pur non essendo ancora completato arrugginisce piano piano come uno scheletro di capodoglio sospeso.

Scendendo la corrente si fa più costante, le rapide sono sempre meno mosse ed è chiaro come il fiume sia sempre più prossimo a gettarsi nel Po. Ci fermiamo per la seconda notte, reidratiamo del cibo essiccato e poi ci buttiamo in tenda esausti.

Il giorno successivo una volta tolto l’accampamento non rimane nulla del nostro passaggio, qualche zolla d’erba schiacciata e dei sassi ammucchiati per far spazio alla tenda. Nel nostro viaggio dalla montagna cerchiamo di scivolare via proprio come fa l’acqua, senza fermarci troppo tempo per non cadere nella tentazione di modificare il paesaggio per addomesticarlo alle nostre esigenze. Con una sosta prolungata sarebbe inevitabile spostare un sasso per farci il tavolo o un tronco per farci una panchina, spezzare un ramo per facilitare un passaggio. Preferiamo continuare.

Mentre scendiamo gli ultimi chilometri non possiamo che esser contenti di concludere questo viaggio, nell’ultimo tratto il fiume diventa placido, sempre più simile ad un’autostrada senza intoppi. Non ci sono più rapide e cominciano a vedersi lunghe imbarcazioni a motore che si muovono controcorrente con agilità. Decidiamo di fermarci al ponte di barche di Bereguardo. Diversi uomini ci scrutano con le mani sui fianchi mentre attracchiamo al fondale ghiaioso, incuriositi ci guardano mentre sgonfiamo quelle che sono state le nostre case per alcuni giorni. Le rimettiamo negli enormi sacchi, riallacciamo le scarpe e torniamo ai nostri monti con le spalle cariche.

La sensazione è strana, quando si va in montagna si arriva in un posto in cui pochi arrivano, mano a mano che si sale gli elementi scompaiono, prima le persone, poi gli alberi, poi l’erba, si arriva alla vetta e l’unica cosa che rimane è il cielo, qui il processo è inverso. Piano piano siamo rientrati alla civiltà, sempre più costruzioni, ponti, imbarcazioni poi persone. L’eco dei giorni passati in compagnia dei soli cormorani è però forte e rimarrà ancora a lungo con noi, che ci siamo fatti trasportare dalla montagna per vedere dove la sua forza può arrivare.

Funny facts

  1. Il parco fluviale del Ticino è l’unico parco naturale che ospita al suo interno un aeroporto intercontinentale.
  2. Nel parco del Ticino esiste un ponte che è in costruzione da 8 anni e non riesce ancora a collegare Piemonte e Lombardia; mancano 23 metri per collegare le due sponde.
  3. Le zanzare del parco del Ticino sono quasi innocue.
  4. Il parco del Ticino, pur essendo in una zona fortemente antropizzata, è tra i luoghi più selvaggi che si possono trovare in Italia.

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foto:
1. Ticino (ph. Marco Cestarolli)
2. Madagascar (ph. Elisa Bessega)
3. Ticino (ph. Marco Cestarolli)

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Leonardo Panizza

Leonardo Panizza

Sono psicologo, mi piace esplorare nuovi modi di andare in montagna cercando di non lasciare nulla del mio passaggio. Passo gran parte del mio tempo sciando e arrampicando ma sono anche un grande appassionato di trekking e di bivacchi.


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