La parabola del Gracchio

testo e foto di Omar Gubeila

L’essenza della libertà
02/12/2017
4 min

Era solo un piccolo volatile indifeso quando arrivò. Attirato con astuzia da uno specchio per allodole, non gli pareva vero poter planare e adagiarsi finalmente dopo gli sforzi prematuri che la vita gli aveva messo innanzi.
Felice della nuova sistemazione. O quantomeno tranquillo, rilassato nella speranza di non doversi più guardare alle spalle, conscio di essere circondato da predatori di ogni genere.
La gabbia cominciò così ad essere costruita mentre ancora l’uccellino si guardava attorno, spaesato da un mondo dove affermarsi voleva dire arrivare a sera, tirare a campare.

“Agiatezza” prese presto il posto di “sopravvivenza” nel suo vocabolario.

La costruzione della gabbia procedeva più velocemente di quanto potesse rendersene conto. Dalle zampette arrivava già agli occhi. Occhi che cominciavano a farsi grandi e tristi. Una stia non di acciaio o di chissà quale lega speciale. La gabbia fu realizzata con steli di finta amicizia, mascherata alla vista dietro a cumuli di mangime e promesse. Issata mentre lo sguardo era attirato altrove, chiusa con chiave di volta e doppio lucchetto.

I tempi dei canti e degli allegri cinguettii erano finiti, nemmeno qualche cip dentro la gabbia e la stanza dov’era posto il volatile. S’era fatto grigio e silenzioso, non cantava più da intere annate.

Guardava le montagne dalla finestra, quei picchi di roccia così elevati che si stagliavano nei cieli della Carnia, erano l’unico sollievo rimasto.

Quel gracchio non aveva più scampo, non avrebbe più volato né cantato.
Gli amici che svolazzavano nei pressi lo incitavano a resistere, gli davano coraggio. La gabbia poteva essere rotta, i materiali di base non erano nobili. La via di fuga restava quella porticina con il lucchetto, un lucchetto forse troppo grande per il pennuto.
Doveva scappare, seguire il suo istinto ma la paura della fuga lo attanagliava. Continuare a vivere un’esistenza sicura, ma da recluso?

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Libero di aver scelto la libertà, di non essersi sbagliato lasciando una vita già scritta per lui da altri.
Tempo di spiccare il volo / Nel mio ambiente
Tempo di spiccare il volo / Nel mio ambiente

La gabbia tutto d’un tratto cominciò a restringersi, gli spazi necessari alla vita si fecero man mano più striminziti e i cavi di finto metallo iniziarono una lenta implosione. Alcuni saltarono via come schegge impazzite, snervati ed incruditi dal tempo, limati da ore di silenzi lunghi come eternità.
Ci provò. Versato nel dubbio di una fine avvilente, sempre più vicina, schiacciato dentro alla gabbia. S’era fatta talmente stretta che perfino il cuoricino stentava a pulsare. Quasi morto.

Così un giorno, per caso come devono succedere certe cose, trovò il modo di evadere da quella prigione. Una forza strana e bruta, indescrivibile, permise all’uccellino la fuga. Forse quella della disperazione, una delle energie più potenti che si rivela quando tutto pare perso.
Non spiccò subito il volo, le ali rattrappite non erano più quelle di un tempo. Ci sarebbero voluti orizzonti di libertà, caldi raggi di sole e l’aria fine delle quote ma il primo salto verso il cielo fu già l’annuncio di momenti migliori. Tempi di cime, accarezzando pareti o schivando fronde di larici.
Sfiorando il vento senza trattenerlo.
Gli uccelli nascono per navigare ampiezze di cielo, turbinare nell’aria librandosi senza spazi imposti e ristrettezze. Furono questi pensieri che lo spinsero verso l’alto.

La gabbia era rimasta a terra, trasformata in nulla assieme all’oblio del tempo.
L’uccello la guardava oramai dalle altezze, inespressivo. Seppur dispiaciuto per quella che era stata per anni la sua casa e la sua prigione, la vista della nuvola di polvere non gli provocò emozioni.
Solo la forte voglia di sbattere le ali verso le montagne.

Raggiunse i boschi. Un rifugio per nido, vivendo di montagna, con la montagna e per la montagna.
Libero di condurre un’esistenza insita nella sua stessa natura.
Libero di aver scelto la libertà, di non essersi sbagliato lasciando una vita già scritta per lui da altri, libero di accettare da ora quello che l’esistenza gli avrebbe regalato.
Questa è la mia vita.

Omar Gubeila

Non potendomi più definire ragazzo per l'età anagrafica, mi definisco volentieri un uomo montanaro. Le cime hanno sempre rappresentato il mio spazio vitale, dandomi da vivere, cullando i miei sogni e facendomi sentire "a casa". Da appassionato sono diventato soccorritore, gestore di rifugio e scrittore, ma sempre sognatore nell'animo.


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