Racconto

#30 • L’ultima neve

"Incominciò così l’ultima catastrofe, il cosmo profondo in un moto di pietà verso i suoi figli più scellerati pensò di regalare loro un ultimo sogno di neve prima dell’oblio definitivo."

testo e foto di Andrea Nicolussi Golo

Anche lassù si era sognata la ricchezza comoda della neve.
27/12/2019
3,90 min
informazioni
Dai giorni della grande catastrofe la scuola lassù era rimasta chiusa, non si era più trovato nessuno che avesse voglia di salire in cima alla montagna per insegnarvi, fosse anche raddoppiandogli lo stipendio.

Del resto, dalla montagna se ne erano andati via tutti, tranne quei quattro crucchi, duri come il legno di faggio, che con il tempo, invece di marcire come ogni altro legno, si fa di pietra.

La piccola donna scura immobile davanti a quell’edificio con le porte e le finestre sbarrate, i muri scrostati, dove però si leggeva tuttora con chiarezza la scritta “Scuola Elementare” si fece ancora una volta la stessa domanda che si andava ripetendo da giorni: «Perché cazzo ho accettato?»
Tutto intorno pesava un silenzio minerale e ogni cosa diceva di quello che è stato. L’acqua e il fango avevano scavato solchi profondi, dilavando il fianco della montagna, che adesso precipitava a valle in un solo salto.

C’era stato un tempo che quei fianchi erano attraversati da centinaia di piccoli muri, costruiti sasso a sasso senza un filo di malta, paralleli di pietra interrotti a distanza regolare da meridiani di gradini consumati dall’andirivieni perenne di zoccoli di bestie e uomini. Ogni muro reggeva una tasca di terra, ogni tasca di terra reggeva un pugno di grano saraceno e tutti assieme grano, muri, uomini e bestie reggevano il fianco della montagna.
C’era stato un altro tempo in cui anche lassù si era sognata la ricchezza comoda della neve, che negli anni, assieme alla miseria era la sola cosa che si presentasse puntuale ogni inverno, ma poi successe quello che successe, la neve, a differenza della miseria, non si presentò più e di quel tempo non rimanevano che ossa d’acciaio conficcate nella terra a marcire, perché al contrario del legno di faggio, l’acciaio marcisce.

La piccola donna scura si fece coraggio infilò la pesante chiave, che girò liscia nella toppa e il portone si aprì senza un cigolio; alle sue spalle una voce la fece trasalire: «È lei la nuova maestra? Sa ci metto sempre dell’olio io ai cardini».

Un uomo senza età, poteva avere cinquant’anni o cento, le fece una buffa riverenza e si presentò come il Podestà di Lusérn. Nell’aula in cui il Podestà di Lusérn accompagnò la piccola donna scura, tutto era al proprio posto come se le lezioni si fossero interrotte il giorno prima, non quarant’anni prima; sul muro era appesa una cartina d’Europa con il grande spazio verde percorso per intero dalla scritta URSS e c’era persino il campanello d’argento appoggiato sulla formica verde della cattedra e non un granello di polvere. I calamai colmi d’inchiostro sino all’orlo. L’uomo notò lo stupore della donna: «Beh sa, noi ci teniamo alla nostra scuola, anche se non ci veniva più nessuno da molto tempo, ma adesso vedrà, li sente? Stanno arrivando».

I muri scrostati, dove però si leggeva tuttora con chiarezza la scritta “Scuola Elementare”

Un pulviscolo di voci si mescolò al silenzio innaturale della montagna desertificata e, una a una, dall’ombra si staccarono delle ombre più chiare che si fecero sempre più vicine sino a che la piccola donna scura poté distinguere gli occhi appuntiti di certe forme dai contorni bizzarri. Il podestà li presentò tutti per nome poi concluse: «I nostri figliuoli, per ora sono solo dodici, possono sembrare strani, ma vedrà signorina maestra che si troverà bene con loro. Vedrà».

Alla piccola donna scura ogni domanda restò in gola, piantata e dolorosa come una lisca di pesce.
Il podestà continuò sottovoce come se rivelasse il segreto più segreto: «È a causa della grande catastrofe che sono così, ma stia sicura che da ora in poi tutto tornerà come prima».
Non si trovava poi male la piccola donna scura con la sua classe di ombre, anche se non comprendeva una sola parola del loro idioma arcaico e faticava a farsi capire, le ombre però ridevano e la facevano ridere. Questo bastava.

Poi un giorno davanti alla montagna desertificata, sotto un sole senza più stagioni, tra i rami fossilizzati di quello che forse un tempo era stato un albero di sorbo, alla piccola donna scura parve di intravedere qualcosa di vivo, sì qualcosa di vivo fremeva tra pietra e pietra:
«Là, là guardate, guardate, un uccellino! Sapete vero che cos’è un uccellino?»
«Ofe mestra? Ofe?»
«Là da quella parte».
«Ofe?»
«Ma non lo vedete?» La piccola donna scura indicò un punto con il braccio.
«Desso edo».

L’ombra più chiara di tutte le altre ombre, con gli occhi di acqua bassa tolse dalla tasca un rudimentale strumento di legno con appesi due elastici che mise in tensione per poi lasciarli immediatamente, qualcosa brillò nell’aria di gesso. Il beccofrusone rotolò lungo lo scheletro nero di quello che forse era stato un albero di sorbo, fu la piccola donna scura a emettere un lamento di bestia ferita a morte, che il beccofrusone non ne ebbe il tempo.
È stato allora che dal cielo incominciarono a cadere brani di una sostanza bianca e fredda che nessuno sapeva cosa fossero.
Incominciò così l’ultima catastrofe, il cosmo profondo in un moto di pietà verso i suoi figli più scellerati pensò di regalare loro un ultimo sogno di neve prima dell’oblio definitivo.
L’ultima neve per l’Umanità.

Dal cielo incominciarono a cadere brani di una sostanza bianca e fredda che nessuno sapeva cosa fossero.

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2019. Fai sapere all’autore cosa pensi della sua storia, scrivi qui sotto il tuo commento.

Andrea Nicolussi Golo

Andrea Nicolussi Golo

Responsabile dello sportello Linguistico della Magnifica Comunità degli Altipiani Cimbri, collabora con l’Istituto Cimbro di Luserna/Lusérnar Kulturinstitut. Ha pubblicato il libro di racconti Guardiano di Stelle e di vacche (2010), e i due romanzi Diritto di Memoria (2014) e Di roccia di neve di piombo (2016), quest’ultimo finalista e segnalato ai Premi ITAS, Rigoni Stern e Leggimontagna. Nel 2011 è stato insignito del premio “Ostana scritture in lingua madre”. Ha vinto numerosi concorsi di poesia sia in lingua cimbra che in italiano e nel 2013, su autorizzazione Einaudi, ha dato alle stampe la traduzione in lingua cimbra del capolavoro di Mario Rigoni Stern Storia di Tönle. Nel 2016 ha pubblicato la traduzione in cimbro de "Il piccolo principe", nel 2018 la versione integrale di "Pinocchio" e nel 2021 "Il sergente nella neve". Per l’Istituto Cimbro di Luserna ha pubblicato varie favole per bambini.


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3 commenti:

  1. vittorio giacomin vittorio giacomin ha detto:

    Bello, complimenti, anche se, non tornerà tutto come prima.
    V.

  2. andrea gobetti ha detto:

    Bello, un simpatico camminare sui sentieri dell’estinzione.

  3. Riccardo ha detto:

    Resto col groppo in gola.
    Tra Jesolo e Eraclea, in fronte al mare, restano un brandello di campagna coltivata e una striscia di pineta vergine. Più avanti una laguna, poi la spiaggia e alla fine il mare.
    Gli scellerati della pianura vogliono distruggere la campagna e metterci un nuovo insediamento turistico, casette, condominietti, qualche francobollo di giardino. 200 milioni di euro di investimento.
    Ecco, il turismo scellerato, lo scempio di quel poco di natura rimasta nella pianura Padana, uno dei luoghi più inquinati al mondo.
    Eppure non ci vorrebbe molto per inventare un turismo sostenibile, senza mattoni, senza cemento.
    Ma la lobby dei costruttori sa pagare bene le tangenti.

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