Reportage

I LIMONI DEL NEPAL

Quando un giorno da un malchiuso portone / tra gli alberi di una corte / ci si mostrano i gialli dei limoni /e il gelo del cuore si sfa /e in petto ci scrosciano / le loro canzoni /le trombe d’oro della solarità.

testo e foto di Cristina Da Rold (CAI Belluno)

Il Machhapuchhare verso il Campo Base di Mardi Himal
13/12/2022
9 min
La donna che balla per noi quella prima sera a Kathmandu, ha mani di seta e occhi tristi.

Siamo seduti a un grande tavolo in uno dei ristoranti del centro, e mangiamo il primo Daal Baat, il piatto tipico nepalese, che impareremo a gustare davvero solo con il passare dei giorni.

Ci aspettiamo molto da questo viaggio, organizzato da e per un gruppo di persone che ruotano intorno alla sezione bellunese del CAI. Siamo vestiti come siamo arrivati: con i nostri jeans, le nostre camicie e cinture; nelle nostre parole di quella prima sera c’è tanta montagna: respiri di vette, bramosia di toccare i piedi dei grandi Ottomila. Fra noi ci sono scalatori e scialpinisti con una lunga storia d’amore con la montagna alle spalle.

Mentre saliamo quel primo giorno ci sentiamo già in estasi, anche in modo eccessivo come tutte le prime volte più immaginative che reali, mentre un giovane portatore nepalese seduto sui gradini dedica tutta la sua attenzione a dei video virali su TikTok. Noteremo lungo tutto il cammino, sia in villaggi che in città, che là dove non sono arrivate ancora le strade – quasi tutti i villaggi che abbiamo attraversato non sono collegati ad altri e alla città più vicina tramite strade, ma solo da mulattiere – è arrivato TikTok, l’imponente social network cinese che unico sta cercando di tenere testa ai colossi di Mark Zuckerberg. Una piccola finestra sul mondo che vuol mostrare.

Il Nepal sta cambiando, ci raccontano Uttar e Birash: ora le ragazze studiano almeno quanto i loro coetanei maschi, anzi, ci si impegna maggiormente a far studiare le bambine, perché “è da lì che passa il progresso del nostro paese”. La mentalità del controllo delle nascite sta prendendo piede anche nelle zone rurali; sono fortunatamente sempre meno le famiglie molto numerose, ci spiegano.

Arrivati a Ulleri beviamo per la prima volta te e biscotti, e i bambini giocano a palla. I nostri giovani tentano di sfidarli a pallavolo, ma non ci accolgono volentieri. Forse con l’amico bianco hanno giocato abbastanza, pensiamo. I portatori nepalesi stanno per conto loro, dormono sempre lontani dalle nostre stanze; non deve esserci troppa commistione. Meno di venti giorni dopo, alle porte della Città, una distesa di Tagete arancioni avrebbe visto dalla finestra di una casa antica, vicine da non distinguerne i volti, un gruppo di persone ballare insieme ridendo, alternando un ritmo nepalese e un ritmo latino. Tante barriere erano cadute, e la montagna regge lo specchio.

L'inizio del cammino: Ulleri.
La lussureggiante Swanta

Sotto la sapiente guida di Paolo Grosso, medico e alpinista – di casa in Nepal da oltre vent’anni – accettiamo di salire a un ritmo diverso, nuovo, più lento, rispetto a quanto siamo abituati in Dolomiti. Si tratta di una scelta, una decisione consapevole: rallentare, per far sì che il corpo si adatti con il suo ritmo alle alte quote. Il piano era portarci ad altitudini sempre un po’ più elevate, fino alla notte in cui avremmo dormito a 3600 metri, per salire il mattino successivo molto presto al Lago Sacro di Khayer Barah. Qualche ora dopo, lassù a 4700 metri aveva appena nevicato, e si respirava un’aria frizzante. Con le montagne intorno come palcoscenico, cinque bellunesi e due nepalesi si sarebbero messi a ballare, per non scordarselo mai più.

Si ride, quello sì, tantissimo. Fra di noi si crea da subito un’alchimia speciale: in quasi un mese non ci sarà mai uno screzio, un momento di tensione, un lamento condiviso alle spalle di qualcun altro, né tantomeno un’insofferenza. Non avere nulla delle usuali comodità date dalle sovrastrutture che ci portiamo dietro come testuggini, diventa in pochi giorni sensazione di pienezza. Siamo in pace, non ci manca niente. Nel contempo il senso d’Altrove è così intenso che ci troviamo a stupirci che l’erba sia così uguale rispetto a quella che siamo abituati a calpestare. Fa addirittura più impressione di sentire la stessa Luna di casa, sempre sopra le nostre teste, che ci protegge con naturalezza come se avesse dovuto volgere appena il capo.

Quella sera a Khopra è davvero freddo, complice una baracca umidissima, con l’acqua che gronda dalle pareti di lamiera. I respiri si sentono nella notte, come il rumore di un coltello che fende l’aria. Per accedere ai servizi è necessario uscire, ma la mente fa di tutto per non cedere all’impulso. Forse il sogno di uscire basterà, si pensa. A un certo punto usciamo, più per scaldarci che altro, e appare lei: la via Lattea, per la prima volta. È un colpo. È davvero così vicina? Non so bene chi di preciso ho accanto, in quel buio fitto e penetrante, ma sento che ha gli occhi lucidi. Ci siamo zittiti in un istante. Le Pleiadi ci guardano, e di fronte a noi la luna, che cresce, specchia i ghiacciai del Dhaulagiri, la Montagna Bianca, con i suoi 8.167 metri.

Ulleri dalle grandi ceste di rafano al sole, Ghorepani dalle donne cariche di bracciali di perle rosse e azzurre. La prima alba Himalayana a Poon Hill, con il sole che lentamente colora per la prima volta una delle vette più inaccessibili del mondo davanti ai tuoi occhi, e pensi a quel senso del limite che l’essere umano deve avere per vincere su se stesso. Le montagne incombono sopra di noi, ma sono ancora lontane. E noi, ancor più lontani, le bramiamo ancora. La lussurreggiante Swanta dai rigogliosi campi di miglio e dalle distese di fiori rosa, Dhankharka con la grappa portata da casa bevuta per scaldarci, Bayali dalla nebbia che fuma, Dobato che non apriva la sua tenda bianca, Tadapani abbarbicato sul pendio che guarda distese di pecore e di alberi sotto di lui; Kirtipur con le corse dei bambini fra le candele sotto quel chiaro di Luna, e il contrasto con una Kathmandu impossibile da afferrare. E poi Ghandruk, con quella donna che non sapremo mai che cosa ha detto veramente.

Sono i silenzi in cui si vede /in ogni ombra umana che si allontana /qualche disturbata Divinità[1].

Salendo al lago sacro di Khayer Barah
Tempio a Ghandruk
Le candele di Kirtipur

Landruk, dalle mille campane di fiori, e l’inizio della salita al Campo Base di Mardi Himal, ai piedi del maestoso Machhapuchhare (6.993), una montagna sacra per le popolazioni locali, la cui cima deve rimanere inviolata.  Le montagne le vuoi vedere oppure le vuoi toccare? Secondo voi quanto vicini bisogna essere per sentirle? Ha chiesto qualcuno camminando.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine /a tradire il loro ultimo segreto /talora ci si aspetta /di scoprire uno sbaglio di Natura / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.

Quel pomeriggio al Caravanserraglio di High Camp, la nebbia era così fitta da nascondere tutto quanto. E allora la montagna è diventata improvvisamente il Deserto.

Viaggiando in questo modo abbiamo esperito l’Attesa, quella a cui non siamo più – o non siamo mai stati – abituati nel nostro mondo.  Nei lodge, queste baracche dove siamo alloggiati senza elettricità se non per piccoli sparuti pannelli solari, senza acqua, senza fognature, né pareti di mattoni, si arriva nel primo pomeriggio, e si aspetta. Talvolta, se c’è il sole, si sta all’aperto fino al tramonto. Si approfitta in questi casi per fare il bucato, per scrivere qualche nota veloce sul proprio diario: una giungla dalle finestre azzurre. Arancio e blu dappertutto. Asini con le gerle. Guide che salendo raccolgono noci. Volti bambini, anche quelli dei grandi. Poche donne, seriose, con una sorta di malinconia asiatica.

La scoperta più importante è appunto imparare a godersi l’attesa ferma. Attesa che venga acceso il fuoco al centro della stanza grande dove poi si desinerà, attesa che chi ci ospita inizi a preparare la cena, che richiede molto tempo perché si tratta di uscire e raccogliere dal campo ciò che andrà cucinato. Non vi sono frigoriferi o simili, si cucina direttamente sul fuoco, il più delle volte. Talvolta, la nebbia che sale nasconde le montagne sotto di noi, e da queste finestre così simili ad oblò ci si ritrova ad ammirare il più potente dei tramonti in mezzo al mare.

Fuori programma, ci ritroviamo a pernottare in un piccolo lodge fra le alture sopra il paese di Landruk. La risalita lungo il versante opposto a quello da cui siamo scesi fino a valle è tosta, perché ci siamo abbassati per la prima volta dopo molti giorni, e il sole batte imperterrito. In cima, con il sorriso bambino di certi vecchi lontani, ci aspetta lui, il Ghorka. Ha 78 anni, i postumi di un ictus, denti bianchissimi, occhi vispi. Indossa fieramente il cappello di quando da giovane combatteva come soldato nepalese fra le fila dell’esercito Britannico. Sono così fieri i Ghorka, che la birra più famosa del Nepal porta il loro nome. Ora in mezzo ai fiori, al sole, al caldo che finalmente si sprigiona dalla stufa, ci sembra un soldato di altri secoli, e noi ci diremo che quel giorno abbiamo sentito dentro un’emozione strana.

Qui delle divertite passioni / per miracolo tace la guerra /qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza /ed è l’odore dei limoni.

L’Occidente ci appare piccolissimo.

Quasi un mese dopo quella sera in cui la giovane ballava con mani di seta e occhi tristi, guardandoci con occhi diversi nella stessa città, ci saremmo detti uno per uno la Verità: che la montagna con il passare dei giorni, pur diventando sempre più vicina, cullandoci ai suoi piedi e permettendoci di salire alcune sue pendici, senza che ce ne rendessimo conto si è fatta delicatamente da parte per far spazio alla magia dell’Incontro con le persone, degli sguardi che ci scambiavamo, degli occhi lucidi che si intravedevano e di cui non serve parlare.

Quando un giorno da un malchiuso portone / tra gli alberi di una corte / ci si mostrano i gialli dei limoni /e il gelo del cuore si sfa /e in petto ci scrosciano / le loro canzoni /le trombe d’oro della solarità.

Ci si spoglia di molti orpelli lungo un viaggio così Altrove, fra i piccoli villaggi sperduti sulle montagne della zona dell’Annapurna Sud.

_____
1) Tutte le citazioni in corsivo presenti in questo testo sono tratte da: Montale E., I limoni, in Ossi di Seppia, Einaudi (1925).

Il sacro e il Machhapuchhare
Il gruppo del Cai Belluno
Cristina Da Rold (CAI Belluno)

Cristina Da Rold (CAI Belluno)

Giornalista, scrivo di salute e disuguaglianze sociali, soprattutto in rete e soprattutto data-driven, prevalentemente su Il Sole 24 Ore. Ma soprattutto leggo e cammino, fra le Dolomiti Bellunesi, dove vivo. Sono socia della Sezione CAI Belluno.


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1 commenti:

  1. Armando Lazzari ha detto:

    Mentre leggevo rivedevo le immagini e risentivo tutte le emozioni. Grazie! Ciao

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